di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il Bollettino del sistema Excelsior, realizzato da Unioncamere e ministero del Lavoro, oggi rivela che sono oltre 507mila i contratti di assunzione offerti dalle imprese a luglio e 1,3 milioni nel trimestre luglio-settembre. Ma tutto ciò a fronte di una contrazione della domanda di lavoro di circa 78mila contratti rispetto a luglio 2023 (-13,3%) e di -156mila per il corrispondente trimestre 2023 (-10,6%). Come accade, da qualche tempo a questa parte, si attesta al 48,4% la difficoltà di reperimento – il mismatch di cui sopra – dei profili ricercati dalle imprese, dovuta prevalentemente alla mancanza di candidati. Difficoltà che si superano o, meglio, si possono superare attraverso meccanismi di accompagnamento al lavoro, attraverso le politiche attive del lavoro e un orientamento, basato sulla realtà, dei giovani al mondo del lavoro, già a partire della scuola. Quanto fatto dal governo fino ad oggi in termini di potenziamento della formazione professionale e di lotta all’assistenzialismo va nella giusta direzione e rappresenta un significativo passo in avanti rispetto al passato.
Ma serve ancora di più. Perché un giovane – e anche un meno giovane – potrebbe imboccare la strada giusta e sapere in quale direzione va il lavoro. La maggior parte dei lavori per i quali non si trovano candidati propongono retribuzioni di tutto rispetto. Ma c’è un fatto, incontrovertibile, che ha sottolineato l’Ocse recentemente assegnando all’Italia la maglia nera in materia ai salari. Peggio di noi solo Repubblica Ceca e Svezia. E per questo come UGL continueremo a chiedere che il taglio del cuneo fiscale resti strutturale e, contemporaneamente, impegnarci per il rafforzamento della contrattazione.
I problemi non stanno solo nel 2023, che ha registrato un calo del 6,9% rispetto al 2019, ma soprattutto nella stagnazione dei salari reali che tra il 1991 e il 2023 sono cresciuti solo del +1% contro il 32,5% della media dei Paesi dell’Ocse. Altro che salario minimo!
Tra le grandi economie, l’Italia è quella che ha visto il maggiore calo dei salari reali rispetto al pre-Covid, con una perdita di potere d’acquisto che richiederà tempo per essere colmata.
Se, da una parte, il basso livello dei salari aiuta il made in Italy a essere competitivo e, da un’altra, i bassi salari spingono le aziende a largheggiare sulle assunzioni, sempre secondo l’Ocse, languono gli investimenti in macchinari e tecnologie. Tutto ciò va a spese della produttività del nostro sistema e, da sindacalista lasciatemi dire, che tutto ciò va a discapito della permanenza dei giovani nel nostro Paese, spinge i cosiddetti cervelli, ma non solo quelli perché ci sono lavori umili pagati meglio in altri Paesi, a lasciare l’Italia e costringe le famiglie italiane inermi a combattere le difficoltà, compresa quella di accedere alle cure sanitarie.
Occupazione, per quasi la metà inevasa, e stipendi stagnanti non aiutano la crescita.