Le associazioni datoriali puntano ad allungare i tempi soprattutto per la parte economica
Un fenomeno di per sé positivo, come è la riduzione dei prezzi al consumo, rischia, però, di complicare il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro, un vero e proprio paradosso. L’Istat, anche nell’ultima rilevazione, certifica, infatti, il progressivo raffreddarsi dell’inflazione, cresciuta di appena lo 0,1% su base mensile e, soprattutto, dello 0,8% su base annuale. Si conferma, così, una riduzione in corso ormai da diversi mesi che, però, arriva dopo la forte impennata fra il 2021 e parte del 2023, che ha provocato, come è ben noto, l’aumento esponenziale dei tassi di interesse praticati sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese. In un tale contesto, i contratti collettivi nazionali che sono già stati rinnovati dalle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl con le associazioni datoriali hanno potuto beneficiare di incrementi maggiori per il recupero del potere d’acquisto. Il problema, però, si pone con le vertenze ancora aperte, ad iniziare dai metalmeccanici, a causa delle forti differenze di vedute fra i sindacati, che lamentano gli effetti negativi del recente passato sui salari, e le associazioni datoriali, che, viceversa, puntano proprio sulla tendenza in corso per non avallare le richieste economiche. Si rischia, quindi, un vero e proprio corto circuito, con le trattative che potrebbero prolungarsi per un periodo molto più lungo del preventivato.