di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Nel mondo del lavoro un ostacolo persistente continua a minare le pari opportunità: il peso dei carichi familiari. Nonostante gli sforzi per promuovere l’uguaglianza di genere, molte lavoratrici soffrono della difficoltà di coniugare responsabilità familiari ed impegno professionale. Ne parla oggi, in un’intervista sul Messaggero, Rosario De Luca, presidente dei Consulenti del Lavoro, chiarendo un punto fondamentale: «Non esiste differenza di genere nei contratti collettivi, a parità di livello, qualifica, età», ma il gap si crea perché solitamente le lavoratrici, occupandosi in misura maggiore rispetto agli uomini dei carichi familiari, quindi della casa, dei minori, dei non autosufficienti, vedono rallentare la propria carriera. Costrette a ricorrere più frequentemente, per questo motivo, ad aspettative, permessi, part-time ed essendo meno disponibili a straordinari e trasferte perdono opportunità di carriera, con effetti conseguenti sullo stipendio ed in prospettiva sulla pensione. Il quadro è chiaro e lo sono anche i numeri: in media le donne guadagnano 7.000 euro l’anno in meno degli uomini, nonostante il tasso di occupazione femminile sia in aumento, dell’1,4% nell’ultimo trimestre 2023, secondo l’Istat. In base ai dati più recenti, il reddito medio dei lavoratori uomini è di 27.254 euro annui con una media di 43,9 settimane lavorate, quello delle lavoratrici di 20.378 euro, con una media di 42,1 settimane lavorate. Il gender pay gap è piuttosto consistente, calcolato al 5%, una percentuale comunque inferiore rispetto alla media Ue, al 13%, dato che non deve comunque far calare l’interesse sul problema, che resta considerevole anche in Italia. Il differenziale, dato interessante, si accentua ai vertici del mondo del lavoro, nelle professioni più qualificate e meglio retribuite e nelle quali c’è una minore presenza femminile, mentre è più contenuto nelle professioni non qualificate. Data la natura ormai evidente del problema, ovvero il nesso tra carriera e carichi familiari, dovrebbe essere altrettanto semplice la soluzione: aiutare le donne che lavorano a gestire meglio la conciliazione tra lavoro e vita privata. Una questione culturale, di distribuzione dei compiti all’interno delle famiglie, innanzitutto. Ma sono necessari anche interventi di supporto da parte delle imprese e dello Stato, attraverso politiche family-friendly, dall’accoglienza delle lavoratrici di rientro dalla maternità con formazione e nidi aziendali, allo smart-working, che è stato prorogato a fine marzo per i lavoratori con figli under-14 e che andrebbe esteso anche a chi abbia familiari non autosufficienti, alla riorganizzazione dei tempi delle città e dell’orario dei servizi di assistenza. Una nota: non sempre la ricetta più scontata è quella giusta, ad esempio nel concorso per la scuola, specie dell’infanzia, le “quote” rischiano di rivelarsi un boomerang perché con molte domande femminili per il ruolo di docente, circa il 97%, e poche maschili, più che rosa, saranno, di fatto, azzurre. Il tema di fondo resta, piuttosto, quello della conciliazione.