di Francesco Paolo Capone – Segretario Generale UGL

Intervistato da Presa Diretta, il ministro del Lavoro Andrea Orlando ieri ha parlato di nuovo di salario minimo su base oraria. Sarebbero maturi i tempi per l’introduzione di una retribuzione minima stabilita per legge, «a patto naturalmente di costruire anche le condizioni di un consenso tra le forze sociali perché è chiaro che non può essere una scelta che in qualche modo viene fatta scavalcando Confindustria e sindacato». Intanto, o l’uno o l’altro, o salario minimo o consenso delle forze sociali: perché il salario minimo, ammesso e non concesso che sia voluto da tutti gli attori sociali, rischierebbe di distruggere la contrattazione collettiva.
Quest’ultima, per Orlando, si è fortemente indebolita, perché non c’è un criterio che definisca la rappresentanza, fatto che favorisce la nascita di contratti cosiddetti “pirata”. Intanto se si volesse rafforzare la contrattazione collettiva e di secondo livello si potrebbe ricorrere alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati d’impresa (articolo 46 della Costituzione).
Le raccomandazioni provenienti dalla comunità europea sull’applicazione del salario minimo rispondono, in realtà, ad un’esigenza dei paesi dell’est Europa o del nord del nostro continente dove la contrattazione non ha una tradizione consolidata come in Italia, dove, è bene ricordarlo, i contratti collettivi coprono ben oltre l’80% dei settori lavorativi. Un patrimonio di relazioni industriali che hanno avuto nella storia del nostro Paese anche un ruolo di gestione sociale innegabile.
Il timore è che il salario minimo possa essere la scusa per consentire alle aziende di uscire dal quadro normativo del contratto collettivo e, rimanendo perfettamente in regola con la legge, applicare quello come parametro base lasciando spazio alla contrattazione individuale.
Un rischio troppo alto per colpire i contratti pirata che, è bene dirlo con chiarezza, potrebbero essere individuati e cassati se il Cnel, per esempio, che oggi svolge una funzione meramente di archivio della contrattualistica nazionale, diventasse il luogo terzo dove valutare la congruità dei contratti in base a parametri oggettivi.
In fondo se i contratti di lavoro non funzionano più in Italia non è a causa dei contratti pirata, che vanno individuati e cassati, ma perché a partire, in primis, dallo Stato, sono stati bloccati, cioè non rinnovati, per anni, decenni e perché la maggior parte delle imprese non sfrutta la contrattazione di secondo livello.
Quanto alla rappresentanza e alla rappresentatività, oltre ad esistere difficoltà oggettive alla certificazione in tutti i settori produttivi della rappresentatività, ovvero del numero di iscritti e voti, dei soggetti sindacali, ce ne sono anche per la certificazione della rappresentatività delle associazioni datoriali, in base a quante aziende applicano effettivamente quello specifico contratto. Per questo non sarebbe d’aiuto una legge, come vorrebbe il ministro, ma il dialogo sociale. Infine, non vi è condivisione tra gli attori sociali neanche sull’entità stessa del salario minimo: 9 euro netti o 9 euro lordi? Nei servizi erogati dalle cooperative, ad esempio, e nella Pubblica amministrazione, si registrano compensi orari minimi ben al di sotto di tale soglia. Perché non fare intervenire, allora, i servizi ispettivi?
Il “soldato Rayan” è il contratto collettivo con il suo sistema di relazioni industriali e l’Ugl è seriamente intenzionata a salvarlo.