Con le stime di crescita al ribasso vacilla anche il Next Generation Eu. Il ministro delle Infrastrutture, Roberto Giovannini, ha proposto una parziale riscrittura del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma…
Oggi sulle prime pagine di due quotidiani europei, Le figaro ed El Pais, interessati, quanto il nostro Paese, a giocarsi bene la partita del Pnrr, viene dato risalto alla notizia che l’Fmi «stempera l’ottimismo sulla crescita mondiale», rivedendo al ribasso le previsioni sulla crescita. Andando a vedere i numeri, la preoccupazione è più che fondata: premettendo che secondo Gita Gopinath, vicedirettrice generale del Fmi, sono i problemi di Stati Uniti e Cina la causa della revisione al ribasso, il Fondo monetario internazionale ha dovuto abbassare dello 0,5% le previsioni sulla crescita globale per il 2022, portandole al 4,4%, contro il 4,9% indicato a ottobre e il 5,9% stimato del 2021. In linea con quanto affermato venerdì scorso da Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo secondo la quale il 2022 si rivelerà una «corsa ad ostacoli». Anche l’Italia è coinvolta in questo generale abbattimento delle stime. L’indicazione per il 2022 scende al 3,8%, perfettamente in linea con quanto recentemente stimato dalla Banca d’Italia riducendo le aspettative del governo che si collocavano sopra il +4%. Si tratta di una sforbiciata di 0,4 punti, in linea con quella subita nel complesso dall’Eurozona che crescerà del 3,9%. La Germania avrà una dinamica simile a quella italiana: +3,8% nel 2022, ma frutto di un rallentamento ben più ampio (-0,8 punti). Nel frattempo, in Italia si vota per l’elezione del presidente della Repubblica e le ombre che si stagliano sull’efficacia del Pnrr, non solo scritto ma “garantito” dal premier Mario Draghi, al momento non sembra preoccupare nessuno. Anzi, ieri il ministro delle Infrastrutture, Roberto Giovannini, ha proposto una parziale riscrittura del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, pur sapendo perfettamente che quel piano è la punta di “diamante” del Governo Draghi. La sua idea è motivata dal rincaro delle materie prime, che fa sballare tutti i conti economici, e dalle scadenze troppo stringenti degli obiettivi concordati con la Ue. Tutto risolto? Forse si stanno facendo i conti senza “gli osti”. Ovvero, quanto meno, senza la Commissione Europea. Oggi all’Ansa un portavoce della Commissione Ue in merito all’eventualità che l’Italia possa modificare il suo Pnrr ha spiegato chiaramente che una volta che il Pnrr di un Paese membro è stato approvato dal Consiglio Ue «solo in casi eccezionali il Paese in questione può chiedere una revisione del Piano, in linea con l’art 21″ del Regolamento sul Fondo di Ripresa e Resilienza», «lo Stato deve dimostrare che non può più attuare il Piano o parte di esso a causa di circostanze oggettive». La richiesta fa scattare «una rigorosa valutazione, caso per caso, da parte della Commissione e assieme al Paese interessato», ha aggiunto.