In materia di pensioni, la soluzione ponte adottata per ridurre l’impatto negativo della fine della sperimentazione di Quota 100 e il ritorno alla Riforma Monti-Fornero non risponde alle esigenze né dei lavoratori e delle lavoratrici né a quelle delle imprese, in particolare quelle interessate da forti processi di riconversione industriale, nonostante la previsione di un fondo ad hoc. Il passaggio a Quota 102, con l’innalzamento dell’età anagrafica a 64 anni, è fortemente penalizzante e rischia di ingessare nuovamente l’intero sistema con pesanti ripercussioni pure sul versante dell’occupazione giovanile. In attesa di una riforma più equa, che poggi su Quota 41 e, più in generale, sulla libertà di scelta della persona, pure attraverso una revisione complessiva dei meccanismi di accumulazione e rivalutazione del montante, già adesso, in sede di approvazione del disegno di legge, si potrebbe adottare una maggiore flessibilità sul requisito anagrafico, da bilanciare con l’altro requisito, quello contributivo. Peraltro, tale maggiore flessibilità si rende necessaria anche sul versante dell’Ape sociale: il semplice allargamento della platea dei potenziali beneficiari, al netto delle considerazioni che si potrebbero fare sulla formulazione dell’elenco allegato (manca la polizia locale, ad esempio), non è sufficiente ad intercettare il lavoro gravoso e le diverse fragilità, come emerso chiaramente negli anni, visto il costante sotto utilizzo dello strumento. Andrebbe fatta anche una riflessione sulla reintroduzione dell’Ape volontaria.