di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Oggi, 25 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una data istituita dall’Onu dal 1999, con la risoluzione 54/134, per combattere un fenomeno odioso e purtroppo diffuso in tutto il mondo, anche nei Paesi considerati più attenti alla difesa dei diritti umani, quello della sopraffazione anche fisica nei confronti delle persone appartenenti al sesso femminile, fino al cosiddetto femminicidio. Neanche l’Italia è immune da questo tipo di violenza, anzi, gli episodi di maltrattamenti sono all’ordine del giorno, con casi purtroppo frequenti di uccisioni di donne nell’ambito della sfera familiare e relazionale: il termine “femminicidio” infatti si riferisce non a tutti gli omicidi che vedono la donna come vittima, ma esclusivamente a quelli dettati da un movente che un tempo si sarebbe detto “passionale”, ovvero da una inaccettabile considerazione della donna come oggetto di possesso da parte del coniuge, dei familiari, di ex o aspiranti partner. Solo nell’anno in corso si sono verificati 93 casi di femminicidio, uno ogni tre giorni. Cosa fare, al di là delle dichiarazioni di rito, delle manifestazioni, delle scarpe e panchine rosse, delle pur necessarie attività di sensibilizzazione, per estirpare concretamente questo fenomeno? Innanzitutto si tratta di una questione di tipo culturale ed è a questo livello che andrebbe affrontata, nelle famiglie, a scuola, sui media, diffondendo modelli di rispetto e contrastando visioni soggezione della donna. In Italia abbiamo, bisognerà dirlo, la presenza, oltre che di nostri connazionali violenti, anche di comunità straniere provenienti da contesti nei quali i diritti delle donne non sono considerati appieno neanche a livello istituzionale e politico e all’interno delle quali, spesso, la coercizione e l’intimidazione sono consuetudine. Un doppio problema, quindi, da affrontare, per una vera integrazione, senza nascondersi dietro a un finto “buonismo” che non ottiene altro risultato che peggiorare la situazione. Poi c’è la questione dell’indipendenza economica delle donne e della loro inclusione piena nel mondo del lavoro, un elemento fondamentale – per di più in un’ottica sindacale – per l’emancipazione e per offrire una base solida dalla quale poter far valere i propri diritti e ribellarsi ad ogni forma di oppressione, puntando su una maggiore e migliore occupazione femminile, un welfare più consistente e raggiungendo una reale parità salariale. Dal lato delle leggi a tutela delle donne, nonostante miglioramenti, il codice rosso ad esempio, ancora oggi risulta difficile alle vittime di violenza riuscire ad essere efficacemente protette dai propri persecutori, prima che sia troppo tardi. Rendere ancora più efficiente questo strumento e inasprire le pene per chi commette atti di violenza e crimini d’odio verso le donne, come del resto richiederebbe anche la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia, potrebbe essere un buon segnale ed un ulteriore elemento deterrente.