La pandemia preoccupa, ma c’è disunione fra i cittadini europei. Bisogna correre ai ripari

di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Forse il maggior problema è stato quello relativo alla comunicazione, istituzionale e mediatica. E non solo in Italia, a quanto pare. In tutta Europa dilagano le manifestazioni contro le norme restrittive imposte dai governi per contenere i contagi, che, specie nell’area centrale del Continente, sono in aumento. Da noi la situazione è migliore, ma anche nel nostro Paese si sta cercando di correre ai ripari per evitare che si ripresentino i problemi dello scorso anno, dal punto di vista sanitario ed economico. Di fronte alla prospettiva di ulteriori restrizioni, dal pass rafforzato “2G” al lockdown generale o a quello per i soli non vaccinati, in vari Stati, dal Belgio all’Olanda, dalla Germania all’Austria e qui da noi, molti cittadini cosiddetti “No Vax” o “No Green Pass” sono scesi in piazza, a volte anche con manifestazioni di dura contestazione. Che fare per evitare che oltre al virus l’Europa si trovi ad affrontare un inverno di scontri sociali? Sembra che un po’ ovunque si sia perso di vista il vero “nemico”, ossia il Covid, che continua, purtroppo, a mietere vittime, e che si sia creata una dicotomia al momento insanabile fra le persone. A ciò hanno contribuito le circostanze, ovvero una pandemia eccezionale per l’epoca contemporanea generata da un virus sconosciuto, le difficoltà – alcune anche comprensibili – della politica e della scienza nel venire a capo della questione, l’influenza, anche questo va detto, dei social network, terra di nessuno nella quale accanto alla comunicazione fra semplici utenti si insinuano anche professionisti della disinformazione e dove al dibattito si preferisce purtroppo spesso lo scontro verbale. Servirebbero informazioni più chiare e circostanziate sulle misure prese e da prendere, dati più facilmente interpretabili e meno soggetti a manipolazioni. Sulla malattia, nonostante tutto ancora poco conosciuta e sottovalutata da chi non l’ha incontrata personalmente, su vaccini e cure, sui dati di contagi e ospedalizzazioni, sulla necessità di intervenire prima che sia tardi per evitare situazioni ingestibili. E far comprendere che non c’è una divisione della popolazione fra “buoni” e “cattivi”, ma solo un grande sforzo collettivo finalizzato a minimizzare i danni, in termini di vite umane, pressione sulla sanità con tutte le conseguenze che ne derivano, ripercussioni su un’economia ancora fragilissima e tutt’altro che uscita dalla crisi dello scorso anno, nell’interesse di tutti.

Non solo da noi

A quanto pare quello della divisione fra cittadini non è un problema solo italiano, come di solito siamo abituati a pensare. Anzi, per una volta, il nostro Paese spicca per rigore e rispetto delle regole rispetto agli Stati del Nord Europa, presi spesso a esempio di disciplina e osservanza delle norme. Dappertutto si trovano sacche di sfiducia verso le misure prese dalle istituzioni: l’occasione dovrebbe colta per comprendere ciò che non ha funzionato e cambiare approccio, senza approfondire ulteriormente il solco fra popolo e decisori politici.