La soluzione di Quota 102, benché destinata a durare un solo anno, non convince in quanto rivolta ad una platea molto circoscritta di lavoratori. La legge di bilancio non è un punto di approdo, ma un passaggio, in attesa di una vera riforma che poggi su Quota 41 e su altri meccanismi più flessibili

La riforma delle pensioni, o meglio un primo intervento in materia previdenziale, alla fine, è arrivata con la legge di bilancio. Il provvedimento, però, non è quello atteso da centinaia di migliaia di lavoratori, dipendenti e autonomi, e dalle stesse imprese, al netto di qualche dichiarazione del presidente di Confindustria. Il presidente del consiglio, Mario Draghi, e il ministro dell’economia, Franco, hanno spinto per una soluzione ponte che solo in parte permette di superare l’impatto della fine della sperimentazione di Quota 100. Come noto, la nostra Organizzazione sindacale, a suo tempo, ha ispirato il provvedimento che poi sarebbe diventata, appunto, Quota 100. Il ritorno al bilanciamento fra età anagrafica e anzianità contributiva, è il ragionamento fatto più volte, serve per ridare elasticità al sistema, ingessato dopo la riforma Monti-Fornero del dicembre del 2011. E che il sistema sia ingessato non lo diciamo noi; lo dicono i numeri impietosi dell’aumento della disoccupazione giovanile che, proprio negli ultimi dieci anni, ha conosciuto una impennata senza precedenti, peraltro anche nei momenti in cui l’occupazione aumentava in tutte le altre fasce di età.  Quota 102, per come prospettata, è troppo penalizzante, tanto è vero che i beneficiari saranno pochi, mentre l’allargamento della platea dell’Ape sociale rischia di rimanere sulla carta, viste le difficoltà che in molti hanno incontrato in passato nell’accedere allo strumento. Sicuramente utile, il fondo creato ad hoc per la gestione delle crisi industriali, attraverso l’impiego di alcuni strumenti, come il contratto di espansione o l’isopensione immaginati pure per favorire il ricambio generazionale.