Serve un taglio significativo del cuneo fiscale, per favorire inclusione sociale e ripresa economica

di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Le spese per gli italiani si fanno sempre più gravose, l’ha confermato anche l’Istat riscontrando un aumento dell’inflazione preoccupante, del 3%, una crescita di un’ampiezza tale che non si registrava da settembre 2012. Questa impennata dei costi, come ha sottolineato Confesercenti, non può che trasformarsi in una contrazione dei consumi stimata, in due anni, quello corrente e il prossimo, in una cifra pari a 9,5 miliardi di euro: circa 4 miliardi quest’anno e 5,5 miliardi del 2022. Numeri impressionanti che rilevano una drammatica perdita del potere di acquisto delle famiglie con gravi ripercussioni a livello sociale. La contrazione dei consumi comporta poi a medio termine l’innescamento di un circolo vizioso di impoverimento generale capace di mettere a rischio la ripresa economica. Chi ha poco da spendere non può certo contribuire allo sviluppo quanto vorrebbe, dovendo rimandare o annullare l’acquisto di piccoli e grandi beni o servizi e ne discende una perdita per tutti, aziende in primis, penalizzate da un’economia ferma e stagnante. Lo diciamo da tempo, già da prima della crisi Covid: occorre puntare su politiche espansive non solo per ragioni di giustizia ed equità sociale, ma anche per motivazioni meramente economiche, per rivitalizzare i consumi interni e dare slancio a tutto il sistema, anche dal punto di vista occupazionale. In tal senso, appare urgente e non più prorogabile una riforma del fisco orientata al taglio del cuneo fiscale sul lavoro, indispensabile per immettere liquidità nell’economia reale e riattivare i consumi. Servono risposte certe da parte del Governo per far fronte al fenomeno di progressivo impoverimento dei lavoratori. Chi lavora va premiato con retribuzioni adeguate e nel nostro Paese il primo ostacolo è un fisco iniquo, sbilanciato in senso negativo verso chi lavora e produce ricchezza, mentre d’altra parte sono ancora consentiti sprechi alla luce dei fatti ingiustificati, si pensi agli scandali relativi a un reddito di cittadinanza che, così com’è impostato, ha dimostrato di non funzionare, di “aiutare” chi non ne ha bisogno, di non essere efficace ai fini del reinserimento lavorativo delle persone non occupate. Ne ha parlato recentemente anche l’Ocse: l’Italia si posiziona al quinto posto per cuneo fiscale fra i Paesi industrializzati e tutto questo penalizza il lavoro, una riforma significativa ormai si è fatta urgente.

Un cuneo pesante

Le imposte dirette e indirette ed i contributi previdenziali che gravano sul costo del lavoro e sulle buste paga in Italia ammontano al 46%, un valore fra i più alti, il quinto, fra quelli dei Paesi Ocse, 11,4 punti sopra la media. Un peso che ricade sulle spalle sia dei lavoratori dipendenti che delle imprese, con un effetto di doppia tassazione. Proprio a causa di del cuneo fiscale troppo alto molte aziende sono restie ad assumere, con conseguenze evidenti dal punto di vista occupazionale, economico e sociale.