di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Quando venne approvata questa misura, l’Italia si trovava in un’altra epoca, anche se in realtà sono passati poco più di un paio d’anni. Non c’era ancora la pandemia e il Paese era guidato dall’esecutivo “gialloblu”. Il Conte I, che aveva fatto sperare in riforme radicali, anche nel segno di una maggiore attenzione verso il sociale rispetto al periodo precedente, nel quale era dominante la filosofia dell’austerity. Si era trovato un compromesso fra le forze di maggioranza del tempo, ovvero Lega e Movimento 5 Stelle “prima maniera”, cercando una sintesi fra sostegno alle persone in difficoltà, in assenza di lavoro o impossibilitate a lavorare, prima scoperte o poco assistite dal punto di vista economico, ed efficienza della misura stessa, che avrebbe dovuto innanzitutto essere sottoposta a rigidi controlli per evitare truffe ai danni dello Stato e in secondo luogo, non meno importante, si sarebbe dovuta discostare dal classico “assistenzialismo” fine a se stesso attraverso politiche attive del lavoro, con l’aiuto dei famosi “navigator”, del sistema delle chiamate e della perdita del sussidio in caso di rifiuto e con anche la prospettiva di formazione e lavori socialmente utili nel periodo di attesa fra l’erogazione e l’individuazione di un posto di lavoro o in caso di impossibilità ad essere occupati. Le cose non sono andate così, tutt’altro. In questi anni di “sperimentazione” il RdC si è rivelato nella stragrande maggioranza dei casi uno strumento esclusivamente assistenzialista, non essendo decollata la fondamentale componente delle politiche attive. Non solo: come ci ricordano anche le cronache odierne, attorno a questo strumento si sono create sacche non irrilevanti di malaffare. Diverse persone che non ne avevano affatto bisogno hanno giovato del reddito, a danno di tutti gli altri italiani. Oggi, ad esempio, si parla della scoperta da parte dei Carabinieri di circa 5mila persone che avrebbero ottenuto indebitamente il sussidio, fra le quali anche malavitosi di spicco. Una situazione intollerabile, un vero smacco verso i tanti lavoratori che sono costretti a impegno e sacrifici per avere – anche su questo ci sarebbe molto da dire – un salario non troppo superiore al reddito stesso. Ora, data la situazione, si è stabilito di porre dei rimedi e modificare una misura che, se in teoria poteva essere utile ad aiutare le persone in difficoltà con la prospettiva di un rapido reinserimento nel mondo del lavoro, nella pratica si è dimostrata purtroppo fallimentare. Esami preventivi della situazione economica dei richiedenti, due possibilità per accettare proposte di lavoro, con conseguenti penalità in caso di rifiuto, una rimodulazione in senso restrittivo del concetto di “offerta congrua” di lavoro, l’adesione a progetti comunali, i Puc, per i soggetti non occupabili. Con l’intenzione di bilanciare meglio, finalmente, sussidi, controlli e reinserimento, in sintesi: diritti e doveri.