di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il ddl Zan non ce l’ha fatta, è stato bocciato al Senato per 23 voti, con un 154 per il no e un 131 per il sì, numeri che si pensavano diversi fino a poche ore fa. Tutto sommato niente di strano, nonostante lo psicodramma della sinistra: in democrazia si vince o si perde e non sempre si trova un espediente per racimolare una maggioranza che non c’è. Evidentemente, per un motivo o per l’altro, secondo la gran parte dei nostri senatori il testo della legge non era convincente. La destra sulla questione è stata sempre piuttosto chiara e, con qualche distinguo di singoli parlamentari dichiaratamente in disaccordo con la linea di partito, anche al momento dello scrutinio si è dimostrata sostanzialmente compatta: si volevano modificare gli articoli più controversi – in sintesi il punto sull’identità di genere percepita, la giornata mondiale da celebrare nelle scuole, comprese quelle cattoliche e, soprattutto, i cosiddetti “reati d’opinione” – non è stato possibile trovare una mediazione, quindi non restava che rispedire al mittente l’intero ddl. Invece sull’altro fronte c’è stata qualche defezione di troppo. Non sappiamo quali siano le manovre politiche e partitiche che potrebbero aver condizionato in parte il voto, trasformando qualche parlamentare dello schieramento progressista in un cosiddetto “franco tiratore”. Qualcuno, fra i moderati e i cattolici dei vari partiti di sinistra e fra i 5 stelle, molto semplicemente, non si sarà trovato d’accordo con l’impostazione del testo e con gli articoli più discussi. Qualcun altro magari avrà avuto l’intenzione, con il proprio voto negativo, non tanto di dimostrare la propria contrarietà al ddl in questione, quanto piuttosto di lanciare messaggi e avvertimenti alle varie segreterie di partito. Magari per questioni interne, anche in previsione della prossima elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Forse – anche questo si narra nelle interpretazioni dietrologiche più ardite – qualcun altro avrà ritenuto più conveniente, anche per il partito di riferimento, affossare la legge, preferendo recitare la parte dell’idealista “duro e puro” sconfitto in una battaglia, nei fatti, meno sentita e più sacrificabile rispetto ad altre. Anche questo nella storia della nostra Repubblica è già successo e continuerà ad accadere, anche se dei moventi di una votazione non è fra i più nobili. Se l’intenzione era davvero quella di garantire maggiore tutela delle minoranze Lgbtq e difenderle da comportamenti violenti e omofobi, sarebbe stato meglio procedere, in tempi, poi, di crisi sanitaria e governo di unità nazionale, verso una soluzione di compromesso, capace di segnare un avanzamento concreto in termini di diritti, senza insistere in un muro contro muro destinato al fallimento sui punti più divisivi. Se l’intenzione, appunto, era davvero quella.