I militari sparano sulla folla, morti e feriti

Notte di proteste a Khartum. I sudanesi contrari al colpo di Stato militare che si è consumato nella giornata di ieri, sono di nuovo scesi in strada per manifestare contro il rastrellamento dei leader civili. Dei disordini erano già scoppiati nella capitale del Sudan dopo il discorso del generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan, colui che è a capo del golpe. Si contano morti (sarebbero almeno dieci le vittime dopo le denunce sull’intervento delle forze militari accusate di aver aperto il fuoco contro i manifestanti, mentre secondo alcuni media altre persone sarebbero rimaste uccise nella notte). Il colpo di Stato in Sudan non sembra sorprendere troppo, considerate le tensioni che si sono registrate negli ultimi mesi e già un precedente tentativo, tuttavia non riuscito. Le tante spaccature, a detta dell’esercito, stavano rallentando il processo di riforme e minavano la transizione democratica e Abdel Fattah al-Burhan aveva per queste ragioni chiesto le dimissioni del primo ministro Abdalla Hamdok, senza successo. Il timore della comunità internazionale, però, è che i militari abbiano preso il potere per non cederlo in tempi brevi, nonostante al-Burhan abbia promesso che «l’esercito assicurerà il passaggio democratico fino all’attribuzione del potere a un governo eletto». Dopo le reazioni di ieri, gli Stati Uniti, tramite il segretario di Stato Antony Blinken in un tweet, ha ribadito di rifiutare «lo scioglimento del governo di transizione in Sudan da parte delle forze di sicurezza e ne chiedono l’immediato ripristino senza precondizioni».