di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Oggi è una giornata incentrata sulla politica, dato che, con le amministrative appena concluse, i media dedicheranno molta attenzione ad affluenza e risultati per interpretare le tendenze in atto. Ma, andando oltre, sul lato del mondo del lavoro, si può impostare una riflessione su un altro tema, di respiro più ampio, che riguarda il nostro Paese ormai da decenni e del quale la politica nel suo insieme, indipendentemente dagli esiti odierni, dovrebbe occuparsi presto e bene. La questione salariale. Su Repubblica Affari e Finanza è uscito oggi un interessante articolo di approfondimento dal titolo più che esaustivo: “Il tarlo che divora gli stipendi, in Italia sono più bassi del 1990”. I dati citati sono chiari: in base alle rilevazioni dell’Ocse, nel nostro Paese gli stipendi sono calati, in trent’anni, a parità di potere d’acquisto, del 2,9%. Nello stesso lasso di tempo, altri Stati come Francia e Germania sono cresciuti del 30%, negli Stati Uniti quasi del 50%. Una differenza non certo da poco. Le motivazioni sarebbero da ricercare nel calo della produttività, da attribuire non certo ai lavoratori, in termini ad esempio di orario svolto, ma, piuttosto, a un sistema produttivo non in grado di reggere il passo con i competitori, nella speranza di invertire la rotta ora col Pnrr. L’hanno spiegato, in questo interessante approfondimento, un noto economista, Claudio Lucifora, e Francesco Seghezzi della fondazione Adapt. «La produttività è determinata da tutti i fattori che possono contribuire alla crescita, gli investimenti in capitale umano, in tecnologia, la dimensione delle imprese, l’apertura dei mercati, l’efficienza della burocrazia», così Lucifora. Insomma, i soliti gap strutturali – aggiungeremmo infrastrutture ed energia – sommati a un atteggiamento difensivo di molte imprese italiane di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, specie quelle piccole e meno strutturate, con la grande industria in fuga verso altri lidi. Solo poche le eccellenze, nelle medie imprese capaci di coniugare alta produttività e altrettanto buone condizioni di lavoro. Invece, per il resto, troppe aziende si sono “arroccate” puntando, per resistere sul mercato, non sugli investimenti, ma sul risparmio sul fronte del costo del lavoro, anche a causa del cuneo fiscale e delle tasse in generale, puntando sulle esternalizzazioni. Generando, così, un circolo vizioso di impoverimento generale e contrazione dei consumi interni, senza riuscire a dare uno sprint alla produttività, come analizzato nell’articolo da Seghezzi, che propone anche un’interessante riflessione sulla contrattazione, con una critica alla triplice e l’invito, per recuperare allo stesso tempo produttività e migliori condizioni di lavoro, a insistere sulla contrattazione di secondo livello e parallelamente sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili. Per dare una scossa all’economia e anche agli stipendi al palo.