di Francesco Paolo Capone Segretario Generale UGL

Soltanto considerando il periodo storico che va dall’Unità d’Italia, sono milioni i nostri connazionali che hanno lasciato il Paese per cercare fortuna all’estero. Il loro esempio oggi fa sì che la nostra lingua sia fra le più studiate perché sinonimo di bellezza e creatività

La tragedia immane di Marcinelle, purtroppo, rappresenta soltanto il momento più drammatico, la classica punta dell’iceberg, di una vicenda, quella della emigrazione degli Italiani all’estero, che merita di essere ricordata quotidianamente, oltre che l’8 di agosto di ogni anno. La vicenda specifica è conosciuta: l’Italia, uscita devastata dalla Seconda guerra mondiale, ha bisogno di materie prime, carbone in primis, per avviare la ricostruzione dopo i bombardamenti e le battaglie combattute quasi casa per casa; il Belgio ha il carbone, ma non ha, o non vuole, mandare i suoi figli sotto centinaia di metri di terra a spalare e quindi chiede manodopera volenterosa e a bassissimo costo. L’accordo è presto fatto e si gioca sulla pelle di migliaia di nostri connazionali, strappati ai loro campi con la promessa di un futuro diverso. Alla fine, in tanti, troppi morirono in quelle miniere. Ma la storia della nostra emigrazione non è soltanto Marcinelle. È anche la storia di uomini, donne e bambini, che, a milioni, andarono in Francia, in Svizzera, in Germania o nelle Americhe. Tantissimi di loro vennero ghettizzati, costretti ad abitare nei sobborghi, altri, però, fecero strada; uno di loro, addirittura, Jorge Bergoglio è tornato in Italia per diventare papa. Di certo, questi nostri connazionali, del quale ricordiamo il sacrificio immane, hanno dato tanto ai Paesi che li hanno accolti, portando un poco dell’Italia nel loro viaggio, spesso senza ritorno. Del resto, non è un caso che la nostra lingua è fra le più studiate nel Mondo perché giustamente individuata come la lingua della cultura, della bellezza, della rinascita dopo i momenti difficili, della creatività.