di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Dopo gli Europei di calcio, le Olimpiadi. Lo sport sta dando grandissime soddisfazioni al nostro Paese, quasi a sottolineare la voglia di rinascita dell’Italia dopo i lunghi mesi di pandemia e lockdown. Ieri abbiamo potuto ammirare la prestazione di Marcell Jacobs, che ha conquistato il primo posto nella gara regina della competizione, la corsa dei cento metri piani. Un evento che nel nostro Paese non si era mai verificato, un oro di portata storica. E la vittoria, altrettanto prestigiosa, di Gianmarco Tamberi, primo nel salto in alto, ex aequo con l’atleta qatariota Mutaz Barshim. I due ultimi clamorosi ori si aggiungono a quelli di Valentina Rodini e Federica Cesarini nel canottaggio femminile e di Vito Dell’Aquila nel Taekwondo. Un medagliere ormai di tutto rispetto, con anche tante medaglie d’argento e di bronzo, ad oggi 29 in tutto. E la competizione di Tokyo 2020 è ancora più o meno a metà svolgimento: i giochi termineranno, infatti, l’8 agosto. Insomma, gli atleti azzurri continuano a far sognare gli italiani, al di là delle previsioni, con riconoscimenti eccezionali nelle gare internazionali. Certamente un segno di vitalità e un’iniezione di fiducia nel futuro, un simbolo positivo per tutti i nostri concittadini. Queste vittorie dovrebbero farci anche un po’ riflettere, però. Sul ruolo dello sport e sull’interesse che, come nazione, abbiamo dedicato a questa attività pure così utile dal punto di vista morale e materiale per i singoli come per la collettività. Sappiamo, ad esempio, che palestre e piscine – i luoghi dello sport per i non professionisti – sono stati tra i settori più danneggiati dalle restrizioni per la pandemia, tra i primi a chiudere e tra gli ultimi a riaprire, con spesso ristori inadeguati. Definiti, senza mezzi termini, “non essenziali”. Certamente lo sport non era indispensabile nel lockdown, come del resto quasi tutto, escludendo sanità, alimentari e servizi di base, ma non per questo da considerare inutile o superfluo. Indubbiamente penalizzato dall’essere luogo di incontro e di contatto fisico, non doveva, però, essere messo all’angolo da una definizione secca e anche piuttosto brutale, se si considerano in primis le migliaia di persone che vivono di queste attività, molte delle quali attualmente in grave crisi economica dati i rimborsi insufficienti, e in secondo luogo anche pensando all’importanza dell’attività sportiva per il benessere delle persone. La scarsa attenzione che lo Stato riserva, da decenni, al mondo dello sport – quello cosiddetto minore – gli impianti pubblici, pochi e non in rari casi fatiscenti, la scarsa attenzione ai vivai, con l’escamotage di “naturalizzare” atleti cresciuti altrove, l’educazione fisica messa in fondo alla lista delle attività scolastiche e anche una copertura mediatica degli eventi sportivi più importanti che dovrebbe essere accessibile a tutti e non invece penalizzata da logiche di mercato ben poco inclusive. Festeggiando, giustamente e doverosamente, i nostri ori di Tokyo e i nostri atleti traiamo lo spunto per dare al mondo dello sport, sempre e anche a competizioni concluse, l’attenzione che merita.