di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

La sparizione di Saman Abbas, diciottenne pakistana probabilmente, in base a quanto finora sospettato dagli inquirenti, uccisa dai propri familiari perché tentava di opporsi a un matrimonio combinato, impone una riflessione sulla situazione delle comunità islamiche che vivono nelle nostre città e nelle nostre campagne e che, piuttosto che integrarsi e abbracciare lo stile di vita del Paese nel quale hanno liberamente scelto di trasferirsi, mantengono comportamenti incompatibili con la nostra cultura e soprattutto con le leggi dello Stato italiano. Ovviamente anche all’interno di queste comunità ci sono moltissime persone che hanno idee e atteggiamenti differenti. Saman, ad esempio, era una di queste. Eppure, restano forti e pervasive, non per tutti, ma per molti, specie i più deboli, culturalmente, socialmente ed economicamente, quelle regole non scritte basate sui costumi dei Paesi di provenienza, di quotidiana oppressione, soprattutto per le donne, alle quali ubbidire pena l’essere marginalizzati dai propri connazionali. O peggio, come purtroppo abbiamo visto in questo drammatico caso come in altri. Nella società italiana, che riconosce e difende i diritti e le libertà di tutti, non ci dovrebbe essere spazio per simili comportamenti. Accanto a noi vivono persone costrette a un’esistenza contraria ai nostri valori ed alle nostre leggi, nell’indifferenza generale. Inutile fare paragoni con le consuetudini dell’Italia del passato: anni di lotte per i diritti civili hanno, giustamente, consegnato alla storia gli atteggiamenti oppressivi ed oscurantisti e proprio per questo non possiamo accettare che vengano fatti passi indietro, che potrebbero, tra l’altro, estendersi nel tempo all’intera società. Nel nostro Paese la libertà religiosa, giustamente tutelata, non può in ogni caso porsi in contrasto con la legge, i diritti e i doveri di ognuno. Ciò vale per qualsiasi religione, Islam compreso. Invece, questo principio basilare non viene adeguatamente concretizzato nell’approccio nei confronti delle sempre più numerose comunità islamiche che risiedono in Italia. Si fa finta di non vedere, come se i diritti di quelle persone – donne e non solo – fossero meno reali, concreti ed esigibili rispetto a quelli degli altri cittadini che vivono nel nostro Paese. Quali le ragioni di questo atteggiamento dei media, dei movimenti per i diritti delle donne e delle minoranze, dei vari esponenti dell’intellighenzia specialmente progressista? Probabilmente un malcelato senso di “superiorità occidentale” che non ritiene le comunità musulmane in grado di riconoscere e superare, come invece hanno fatto le nostre, comportamenti retrivi quando non del tutto illeciti. Una forma, sarebbe il caso di ammetterlo, sottile, ma forse per questo ancor più dannosa, di vera e propria discriminazione.