di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Dopo aver avuto l’incarico da Mattarella, dopo aver ascoltato i presidenti di Camera e Senato, dopo aver consultato tutti i leader politici, da quelli dei partiti più piccoli fino a quelli delle formazioni maggiori, dopo aver dialogato con i rappresentanti istituzioni locali e con gli esponenti delle parti sociali – ricevendo, peraltro, una generale attestazione di stima e l’invito a mettersi al più presto al lavoro per risollevare un’Italia in gravissima difficoltà – ora il premier incaricato, il prof. Mario Draghi, per poter sciogliere la riserva, è in attesa dell’esito delle votazioni su Rousseau. Già questo sarebbe sufficiente a chiarire in quale strana situazione si trovi il Paese, ostaggio di un partito che, pur mantenendo fino allo scioglimento del Parlamento la maggioranza relativa alle Camere, in realtà ha consensi ormai in picchiata ed è alle prese con una vera e propria crisi di identità. Ed ecco che per decidere per un sì o un no al nuovo governo ci troviamo di nuovo ad assistere al rito, ormai stanco, di Rousseau. A dover aspettare l’esito delle votazioni interne su un quesito, come sempre, articolato al punto da diventare evasivo, orientato verso obiettivi fumosi persino per gli stessi iscritti. «Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?». Insomma, la solita “democrazia diretta” in realtà più che mediata dalla dirigenza grillina. Un film già visto, ora senza neanche più quell’entusiasmo, forse incosciente, ma speranzoso, delle origini. Il ministero ad hoc chiesto dal “fondatore”, con lo scopo di occuparsi di una parte importante del piano, e dei fondi, dell’Europa, come contropartita per far accettare ai più ostici l’idea di appoggiare il nuovo governo di unità nazionale guidato dall’ex presidente della Bce. Quello che un tempo era, nel bene e nel male, il partito più moderno, il più innovativo sulla scena politica italiana in queste ore sembra invece il più vecchio, il meno capace di adattarsi ai nuovi scenari politici, economici e sociali scaturiti da una pandemia che sta cambiando il mondo, quello meno in grado di bilanciare i due elementi principali dell’azione politica: una strategia per affrontare le sfide del presente a supporto di una visione chiara, di un’idea di Paese verso la quale tendere. Attendiamo quindi, Draghi compreso, l’esito delle votazioni. Senza sapere, comunque vada, cosa farà poi il M5S: se propenderà, in caso di vittoria dei sì, per una fiducia convinta o invece limitata – il super-ministero, i principali risultati – o, in caso di vittoria dei no, per un voto contrario o per un’astensione. Lo decideranno, in seguito, gli elevati del partito. E non tramite Rousseau.