di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

Sono stati diffusi i dati Inail sui contagi da Covid che si sono verificati nei luoghi di lavoro nel corso del 2020. Dati importanti, che dovrebbero aiutarci a comprendere dove sia il rischio più alto, dove no e quindi a trarne le dovute conseguenze in merito alle disposizioni da attuare, chiusure delle attività produttive comprese. Le denunce pervenute all’Istituto durante l’arco del 2020 sono state 131mila. Il 23,7% di tutti gli infortuni professionali denunciati l’anno scorso sono stati causati dal Covid. Per quanto riguarda l’impatto dei contagi avvenuti nei luoghi di lavoro sul totale dei casi di positività al nuovo coronavirus riscontrati tra la popolazione, solo il 6,2% delle persone contagiate ha contratto il virus sul posto di lavoro. Maggiori dal punto di vista numerico le denunce presentate nel corso della “seconda ondata”, il 57,6% del totale, meno quelle avvenute durante la prima, nel periodo compreso fra marzo e maggio 2020, ma con la gran parte dei casi mortali, il 79%, avvenuto durante questa fase. 423 i casi mortali “con un’incidenza dello 0,6% rispetto ai morti da Covid-19 comunicati dall’Iss alla data del 31 dicembre”. Questi dati – pur nell’ambito della gravità della situazione e senza dimenticare la drammaticità di ogni singolo caso di lavoratore contagiato – testimoniano l’efficacia delle misure di prevenzione: sul lavoro si rispettano maggiormente le regole rispetto ad altri luoghi meno sottoposti a controllo e quindi il numero di contagi e decessi resta molto basso. In sintesi, non è al lavoro che riscontriamo i maggiori rischi. Specie considerando il fatto che la gran parte dei contagi avvenuti sui luoghi di lavoro si sono verificati nell’ambito sanitario, esposto, per sua stessa natura, in modo particolare. Su 100 contagiati sul lavoro, infatti, 38,7 sono infermieri e tecnici della salute, 19,2 operatori socio-sanitari, 9,2 medici, 7,4 operatori socio-assistenziali, 4,7 altro personale dei servizi sanitari come portantini e barellieri. Arrivando a coprire un totale del 79,2% dei contagiati sul luogo di lavoro. Le restanti categorie professionali maggiormente colpite sono quella degli impiegati amministrativi, col 4,1%, degli addetti ai servizi di pulizia, 2,3%, dei conducenti di veicoli, 1,2%, e, infine, di direttori e dirigenti amministrativi e sanitari, con lo 0,9%. Altri settori mostravano un’incidenza maggiore di casi nelle primissime fasi della pandemia, quando il virus era ancora sconosciuto, le mascherine introvabili, le norme di distanziamento ancora da stabilire. Poi, attuate le misure anti Covid, anche i casi di contagio si sono ridotti fino a diventare pressoché irrilevanti. Cosa suggeriscono questi dati? Che non è sul luogo di lavoro – fatta salva la sanità, dove è necessario assicurare la massima protezione a medici, infermieri e altri operatori – che si rischia il contagio. Andrebbero di conseguenza meglio analizzate le situazioni che sono, dati alla mano, fonte di maggiore rischio e lì bisognerebbe a questo punto intervenire con più forza. Anche considerando l’idea, dato che il pericolo non proviene dai luoghi di lavoro, di consentire maggiori riaperture, per salvare la salute e anche l’economia.