di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
In questa sorta di bolla temporale generata dalla pandemia, durante la quale tutto sembra sospeso in attesa della sconfitta definitiva del virus, in tempo – e stato – di emergenza, si sono infine svolti i tanto attesi “Stati Generali” pentastellati. Forse a causa delle più importanti notizie riguardanti il Covid e i lockdown regionali, forse anche perché la trasformazione del Movimento era di fatto già avvenuta da tempo, fatto sta che la kermesse grillina non è riuscita ad interessare l’opinione pubblica e neanche a far votare al congresso almeno la maggioranza degli iscritti. Ben lontani i tempi dei “Vaffa Day”, delle piazze piene, dello “Tsunami tour”. Il dibattito è stato tutto interno alla classe dirigente e neanche troppo animato, se si escludono i soliti critici, Di Battista e Casaleggio, un tempo ai vertici e ormai messi all’angolo. Assente persino Grillo. I temi portanti, tutti relativi all’organizzazione interna e alla politica di mestiere: gli organi collegiali, la regola dei due mandati, le alleanze “strutturali” col Pd. Poca cosa rispetto a quando al centro dei dibattiti c’erano argomenti riguardanti non se stessi, ma gli italiani, proponendo riforme – alcune giuste, altre sbagliate – comunque non finalizzate all’autoconservazione del partito, ma alla trasformazione della società, in grado di raccogliere consensi ed entusiasmi. E così i cittadini, alle prese con ben altri problemi, non si sono appassionati più di tanto alle schermaglie fra “governisti” e “dissidenti”. Il Movimento sembra ormai svuotato d’anima e di contenuto. La formazione anti-sistema, non catalogabile nelle consuete categorie di destra e sinistra e giunta clamorosamente in Parlamento si è evoluta in qualcosa di diametralmente opposto: un partito tradizionale dal punto di vista formale, una forza di establishment schierata coi progressisti dal lato ideologico. Se il Movimento originario era ancora riconoscibile al tempo del Conte Uno “gialloverde”, quando la coalizione con la Lega era subordinata a regole rigidissime – il contratto di governo, le norme di condotta imposte ai membri dell’Esecutivo, il divieto di alleanze a livello locale, posizioni nette e differenziate rispetto al partner di governo – ora, invece, col Conte Due, si fa davvero fatica nel trovare idee o comportamenti che possano far distinguere il M5s da uno qualsiasi dei soliti partiti e partitini di Centrosinistra. E la divisione in “correnti” che si contrastano nei congressi, ma di fatto restano assieme, non fa che confermare questa impressione. Il Movimento, così com’è oggi, ha perso del tutto la propria originalità e con questa un autonomo spazio politico e perfino la propria stessa ragion d’essere. Al momento sospeso, come tutto il Paese, nel “limbo” del Covid, prima o poi dovrà affrontare gli effetti di una simile trasformazione.