di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Mentre la situazione sanitaria va peggiorando e parallelamente si aggrava anche quella economica, il governo sembra aver improvvisamente perso la furia decisionista che pure lo aveva caratterizzato finora nel difficile compito di dover gestire la pandemia. Ricordiamo tutti l’impermeabilità dell’Esecutivo a qualsiasi forma di critica, le misure imperative, l’azzeramento del dibattito parlamentare. Ora, invece, il nuovo adagio di Conte e soci è coinvolgere, concertare, quasi pretendendo, prima di prendere decisioni importanti, l’approvazione unanime di enti locali, opposizioni, parti sociali e quant’altro. Un tentativo che in altri momenti sarebbe apparso ammirevole, ma che ora, invece, assume altri contorni. Si intravede in questa improvvisa voglia di armonia il desiderio malcelato di condividere non tanto le scelte, quanto le responsabilità, in una sorta di “mal comune, mezzo gaudio”. Specie adesso che la popolazione, già provata dal primo lockdown totale, sta reagendo con insofferenza se non con rabbia alle chiusure a singhiozzo dei nuovi Dpcm a cadenza settimanale. La crisi di consensi è palpabile, al punto che, per non perdere la faccia di fronte a una cittadinanza sempre più perplessa di fronte a decisioni spesso incomprensibili, persino all’interno del governo stesso sembrano esserci più oppositori che sostenitori di Conte e dei suoi decreti. Insomma, il supporto dovrebbe arrivare dall’esterno dell’Esecutivo – e con esso anche la dose conseguente di responsabilità di fronte agli elettori – mentre all’interno resterebbe tutto un coro di distinguo a marcare le distanze tra i singoli partiti di maggioranza e il governo da essi sostenuto. Un po’ troppo facile cavarsela così. Nessuno nega la necessità di una maggiore condivisione, che pure servirebbe al nostro Paese in questo difficilissimo momento storico, ma per ottenere ciò innanzitutto sarebbe necessaria chiarezza e trasparenza, con spiegazioni dettagliate e dati certi capaci di motivare in modo comprensibile le decisioni, che invece, ad oggi, sembrano basate su presupposti più politici che scientifici. Poi, per avere concordia e unione d’intenti, non c’è altra via che il compromesso, mettendo da parte per un momento i propri dogmi ideologici provando a comprendere le istanze dell’altro, per dar vita a politiche capaci di soddisfare esigenze diverse. Utilizzando gli strumenti di confronto previsti nel nostro sistema, coinvolgendo maggiormente il Parlamento, innanzitutto. Su molti temi, direttamente collegati alla gestione della pandemia o di portata più generale, ci sarebbe molto, moltissimo spazio d’intervento per retrocedere rispetto alle attuali posizioni massimaliste, e andare nella direzione di un compromesso che renda possibile uno scenario di unità nazionale. Al di là degli appelli alla concordia, servirebbe maggiore concretezza per una pacificazione nei fatti e non nelle parole.