di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Da quando il Covid ha fatto la sua comparsa in Italia, ai consueti decisori incaricati di stabilire come noi italiani dobbiamo comportarci, se n’è aggiunto un altro: il “comitato tecnico scientifico”. Un organo istituito lo scorso febbraio, composto da esperti di vario tipo e alti rappresentanti istituzionali, aventi il compito di supportare l’Esecutivo nelle azioni di contrasto alla pandemia. Fin qui, tutto chiaro. A dire il vero, però, in questi mesi e in diverse occasioni, la distribuzione dei compiti, la suddivisione dei poteri decisionali e di conseguenza l’attribuzione delle responsabilità, fra i diversi organismi chiamati a decidere della sorte sanitaria ed economica di tutti noi, non sono state poi così chiare. Se una volta i governanti per giustificare delle scelte impopolari dicevano “ce lo chiede l’Europa”, ora il nuovo refrain è “l’ha detto il comitato tecnico scientifico”. Con Premier e Ministri quasi veste di esecutori di scelte fatte da altri. Eppure, a sentire i membri del Cts, le cose non starebbero proprio così. In un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera, il coordinatore dello stesso Comitato, Agostino Miozzo, tra le altre cose afferma, infatti, di aver sollecitato il Governo per ben 20 volte e per iscritto – nei famosi verbali, ancora non del tutto desecretati e spesso oggetto di polemiche – ad “attuare ogni misura per ridurre i picchi di utilizzo del trasporto pubblico”, come sappiamo uno dei principali luoghi di diffusione dei contagi, e di non essere stato sufficientemente ascoltato. Questo sfogo giunge solo adesso, con lo spettro di un nuovo lockdown, ora che montano le proteste per una gestione inefficace della pandemia da parte delle istituzioni. Molti cittadini sono infatti perplessi in merito all’ultimo Dpcm, che ha chiuso “a macchia d’olio” alcune attività, lasciandone aperte altre, senza criteri, per l’appunto tecnico-scientifici, chiari ed evidenti, capaci di giustificare le scelte fatte. Con i mezzi spesso stracolmi, che continuano tranquillamente a circolare, mentre sono state chiuse attività ben più conformi alle norme anti distanziamento. L’impressione è che la scelta sia stata basata sulla facilità di esecuzione più che sull’efficacia delle misure: semplice dire ai privati di chiudere bottega, meno semplice attivarsi – in tempo – per diluire sensibilmente gli assembramenti nel trasporto pubblico. La speranza è che anche delle norme così congegnate, come quelle dell’ultimo e piuttosto raffazzonato Dpcm, riescano a smorzare l’impennata dei contagi della seconda ondata. La certezza, invece, è che le scelte (e le responsabilità) politiche continuano, come sempre, a prevalere sulle pure e semplici valutazioni dei fatti. “Tutto è politica”, diceva Thomas Mann, presumibilmente senza escludere neanche i comitati, per quanto tecnici e scientifici.