di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Se il “decreto aprile” alla fine è arrivato a luglio e per quello di agosto abbiamo dovuto aspettare ottobre, il “decreto ristori” è stato, invece, approvato e presentato con un’inconsueta alacrità. Detto, fatto. Sei miliardi di aiuti per le attività totalmente o parzialmente chiuse dall’ultimo Dpcm. Gualtieri ha assicurato la massima rapidità nell’erogazione dei sussidi economici, stavolta definiti “ristori”. Anche questo c’è da dire, per sdrammatizzare un po’ una situazione tutt’altro che allegra, il Covid ha fatto fiorire nelle comunicazioni governative un lessico innovativo, anche se dallo stile un po’ retrò: dopo i congiunti e le raccomandazioni, ora abbiamo i “ristori”. Per quanto riguarda l’affidabilità del governo, purtroppo dobbiamo confessare di nutrire qualche dubbio sull’effettiva celerità con la quale arriveranno i rimborsi, dopo l’esperienza della scorsa primavera, con ancora diverse mensilità di Cig che mancano all’appello per migliaia di lavoratori. Ma abbiamo anche la speranza sincera di sbagliare, nell’interesse delle persone che hanno dovuto sospendere, di nuovo, le proprie attività lavorative. Oltre ai ristori, nel decreto ci sono anche la proroga della Cig Covid e del divieto di licenziamenti, entrambi in vigore fino al 31 gennaio, misure altrettanto necessarie per i moltissimi lavoratori dipendenti che temono per il proprio futuro a causa della crisi scatenata dal virus. I timori causati da un’instabilità sociale crescente, a volte vera e propria rabbia, hanno accelerato l’azione del governo. Sarebbe stato meglio, però, nell’interesse del Paese, non arrivare a questo punto, ma impostare contestualmente chiusure e aiuti, con tanto di importi e data di erogazione, sin da subito, sin dalla conferenza stampa di Conte del 24 ottobre, per tranquillizzare gli italiani e non, invece, scatenarne le paure. Di tempo, stavolta, ce n’era per ipotizzare i possibili scenari della pandemia, le restrizioni necessarie in base allo stato dei contagi e le misure economiche da attivare conseguentemente. Non solo. Fermo restando che i ristori, la Cig covid e il blocco dei licenziamenti sono, a questo punto, doverosi, sappiamo anche che questi strumenti non sono certamente risolutivi al fine di rimettere in piedi un’economia travolta dalla crisi Covid. Ci aspettiamo, meglio tardi che mai, altri interventi, stavolta non emergenziali, ma strutturali. Interventi finalizzati a rendere possibile una convivenza con un virus che non sappiamo ancora per quanto tempo sarà presente nelle nostre vite, in attesa di una cura, di un vaccino o di una sua scomparsa. Interventi strutturali nei trasporti, nella sanità e nella sicurezza, per fare in modo che chiudere non sia l’unica soluzione. Non, però, entrando in una pericolosa spirale di indebitamento e dipendenza – vedasi il Mes – ma, per una volta, utilizzando in modo ponderato e con la massima efficienza e trasparenza le risorse che un grande Paese come il nostro, ancora e nonostante tutto, possiede.