Il binomio sinistra e cultura considerato fino a ieri imprescindibile, almeno nell’immaginario di una certa area politico-culturale, è ai titoli di coda. Responsabile di ciò non è soltanto la pandemia, da tempo il mondo dell’arte e della cultura – Scuola, Università e Ricerca sono soltanto le punte di un gigantesco iceberg – è in profonda crisi. Tutte le professioni, creative o tecniche, che ne sono parte o in esso vi orbitano, non da oggi lamentano di essere state abbandonate al proprio destino. Come se non dessero lavoro a decine di migliaia di persone e famiglie, come se non fossero custodi di millenari mestieri, saperi e tradizioni, come se non contribuissero non solo all’immagine di un intero Paese ma anche all’indispensabile formazione di intere generazioni, nonché al loro benessere psicologico. Il Covid-19 e l’ultimo Dpcm con le sue norme, mirate a contenere il contagio attraverso un distanziamento sociale che in teatri, cinema e sale da concerto si era comunque riusciti a garantire, sono stati soltanto il detonatore di un’implosione già in atto. Molto comodo, adesso, ma perfettamente inutile attribuire al virus la scelta di chiudere teatri, cinema e sale da concerto alla pandemia, come hanno pensato di fare il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Quest’ultimo ha rivendicato la responsabilità delle chiusure rispondendo al diluvio di polemiche, e a suo dire anche minacce, con un offensivo «io ho l’impressione che non si sia percepita la gravità della crisi», detto a persone che da marzo non sanno più come reinventarsi un lavoro. Al di là della scelta di chiudere attività che già avevano subito pesanti ridimensionamenti durante e dopo il lockdown, cosa hanno fatto il ministro Franceschini e il Governo giallorosso per la cultura e per lo spettacolo? A leggere gli appelli, le lettere, le proteste e le invettive a loro indirizzate in questi ultimi giorni assolutamente nulla. La sensazione degli italiani, di tutti, non solo di quelli che lavorano nella cultura e nello spettacolo, ma anche di quelli che viaggiano sui mezzi pubblici o che attendono da aprile la cassa integrazione, di essere stati presi in giro si sta diffondendo a macchia d’olio. Sarà molto difficile arginarla. Nomi altisonanti della cultura e dello spettacolo hanno protestato contro il “lockdown della cultura”: dal prestigiosissimo direttore d’orchestra Riccardo Muti a Roberto Saviano, da Walter Veltroni al regista Nanni Moretti, da Fabio Fazio e Serena Dandini a Neri Marcorè, alfieri di una militante e decennale propaganda al fianco della sinistra. Niente spettacolo e niente cultura, a questo punto a rischio è anche la propaganda.