Sovranismo fa rima con partecipazione


di Mario Bozzi Sentieri

Il sovranismo ha molti colori. Non è un’ideologia codificata. Né può essere confuso con il populismo, che ha alle sue spalle una storia complessa, fino ad affondare le proprie radici nella Russia ottocentesca. Come ha scritto (sul sito dell’Istituto Stato e Partecipazione) Valerio Benedetti (“Sovranismo e populismo non sono la stessa cosa”): “Il sovranismo ha tutti i crismi per diventare una vera dottrina politica, visto che può contare su alcuni capisaldi programmatici irrinunciabili: identità, popoli, nazioni, confini, frontiere ecc. Questo programma di massima, ovviamente, può essere fatto proprio sia da partiti populisti che da ‘partiti tradizionali’. Sia di destra che di sinistra”. È in ragione di una visione “aperta”, cioè non ingabbiata nei luoghi comuni che spesso sterilizzano il dibattito, che un ulteriore elemento di confronto/integrazione può essere individuato nel tema della partecipazione. Partecipazione e sovranità popolare vanno di pari passo. Anzi – il condizionale è d’obbligo – dovrebbero andare insieme, laddove l’ultima stagione politica nazionale sembra muoversi in tutt’altra direzione, con buona pace per i principi che stanno alla base della stessa Costituzione italiana, la quale, nel suo primo articolo, dichiara perentoria “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Quanta “sovranità popolare” abbiamo visto negli ultimi tempi? Pensiamo al “ribaltonismo” parlamentare (con un capo del governo, che, nell’espace d’un matin, è passato da una maggioranza politica all’altra, arrivando – è cronaca delle ultime settimane – ad abrogare norme approvate in precedenza),  all’uso spregiudicato dei decreti del presidente del Consiglio, alle limitazioni della libertà individuale, giustificate dall’emergenza Covid, all’abuso dei voti di fiducia (peraltro allegramente utilizzati prima e dopo lo scoppio della pandemia), alle continue proroghe dello stato d’emergenza (previsto – si badi bene –  dalla Costituzione per il solo “stato di guerra”). Di fronte a questa sistematica manomissione della Costituzione e del rapporto tra eletti ed elettori, tra delega e sovranità popolare, avanza quella che Giuseppe Maranini definiva la “tirannia senza volto”, fondata sulla frode e sulla falsificazione sistematica del principio di sovranità, anticamera dell’antipolitica. E’ la perdita delle (o il silenzio sulle) ragioni “forti” del “fare politica” che ha finito per spogliare di ogni significato il voto (e quindi le maggioranze parlamentari che ne dovrebbero essere l’espressione) lasciando libero campo alle invadenze dell’economia e alle derive tecnocratiche. Ecco allora, proprio in funzione antisovranista, avanzare la disillusione nei confronti della Politica (intesa non solo come arte del governare, ma anche quale lotta di idee e di valori e quindi strumento partecipativo a disposizione del popolo). È il continuo richiamo alla “buona amministrazione”, è l’idea dello Stato visto in termini aziendalistici, è immaginare il futuro in ragione dei bilanci piuttosto che di destini più grandi che hanno ingenerato nel corpo elettorale (il titolare della sovranità) la convinzione dell’inutilità della lotta politica e quindi della sua subordinazione alla “ragion d’essere economica” dello Stato. Perciò i “giochi” sembrano già fatti. Le differenze politiche sostanzialmente sfumate. Il quadro politico omogeneizzato. Privo di autentiche griglie interpretative, di valori-filtro in grado di identificare l’Amico e il Nemico politico, al cittadino elettore non resta altro che affermare la propria indifferenza e la lontananza dalle istituzioni partecipative/rappresentative. In questo contesto può essere salvata la sovranità popolare? Si può parlare ancora di democrazia partecipativa allorquando una maggioranza di cittadini non riesce più a distinguere le tesi dell’opposizione dalle tesi di chi governa? Il sovranismo deve misurarsi anche con queste domande e muoversi di conseguenza, facendo crescere nell’opinione pubblica una consapevolezza nuova rispetto alle ipocrisie dell’attuale Sistema e alla necessità di voltare veramente pagina. Per fare che cosa? Innanzitutto per liberarsi dal cappio della “ragion economica”, ritrovando il bandolo perduto della ragion politica, passaggio obbligato per costruire un’alternativa reale al Sistema dell’ipocrisia. La prospettiva è tornare finalmente a coniugare Paese reale e rappresentanza politica, società ed istituzioni, per liberare e dare forma nuova alla “volontà popolare”, oggi messa ai margini.