di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non possiamo certo dirci sorpresi del fatto che la temuta “seconda ondata” di Covid-19 potesse arrivare con l’autunno: già se ne parlava, infatti, da marzo. I contagi aumentano e, anche se a noi profani i numeri sembrano ancora contenuti, gli esperti ci suggeriscono, onde evitare il peggiorare delle cose, di comportarci con la massima prudenza. Giusto. Il nostro governo ha così deciso di prolungare lo stato d’emergenza al 31 gennaio ed ora attendiamo, con una certa trepidazione, l’arrivo del nuovo Dpcm. Un provvedimento che si preannuncia, purtroppo, come il primo di una lunga serie, da qui all’anno venturo. Questo lo consideriamo un po’ meno giusto, ma tant’è. Sappiamo, dalle indiscrezioni che tolgono un po’ di suspense all’annuncio di Conte, che, oltre a dover indossare la mascherina h24 e, possibilmente, anche in casa (!), non potremo più organizzare partite di calcetto, dovremo avere atteggiamenti sobri, evitare festeggiamenti vari e lasciare i locali pubblici entro mezzanotte, come Cenerentola. Il pubblico impiego virerà di nuovo verso lo smart working e ci potranno essere chiusure mirate. Insomma, dovremo ripiegare nel privato, in misura minore rispetto alla scorsa primavera, ma il concetto di fondo non cambia: c’è il virus e bisogna stare a casa. Per meno tempo, però. Sempre gli esperti, ora dicono che basteranno dieci giorni di quarantena con un tampone solo, invece di quattordici con due. Questa narrazione, però, diciamolo, lascia un po’ a desiderare. Il problema è che mentre noi stiamo tutti fermi, temendo un nuovo lockdown (specie le imprese private, i commercianti e gli artigiani, gli operatori del turismo, tutti i lavoratori impiegati in questi settori, i giovani e gli studenti, limitati nella propria vita sociale e con lo spettro della chiusura delle scuole dietro l’angolo), abbiamo l’impressione che anche i politici, quelli con responsabilità di governo, siano stati un po’ troppo fermi pure loro. Non sono state prese misure consistenti in grado di farci convivere un po’ più serenamente col virus senza dover di nuovo chiudere tutto. Eppure, come si diceva all’inizio, che la seconda ondata sarebbe potuta arrivare a ottobre lo si sapeva già da mesi. Ma le file per fare i tamponi, le terapie intensive ancora insufficienti, i mezzi pubblici carenti (lo smart working serve soprattutto per questo), il caos delle scuole fanno pensare che non si sia fatto abbastanza per affrontare la situazione, dato che stavolta non c’è stato nemmeno l’effetto sorpresa della “prima ondata”. Mancanza di programmazione, carenza di fondi? O forse esasperare la popolazione fino a far chiedere a gran voce agli italiani in difficoltà, col Recovery fund bloccato a Bruxelles, anche questo niente affatto inaspettatamente, di richiedere il solito Mes di cui si parla sempre da mesi?