L’impatto dei mancati adeguamenti nel pubblico e del salario minimo legale
La stagione dei rinnovi contrattuali stenta a decollare; anzi, per come si stanno mettendo le cose, si preannuncia un autunno e poi un inverno molto caldi sotto il profilo delle relazioni industriali. L’ultima rottura si è infatti registrata al tavolo dei metalmeccanici, ma, tranne qualche rara eccezione concentrata nel comparto chimico-farmaceutico, lo scenario si ripropone ormai con una disarmante costanza. Il tutto, naturalmente, senza dimenticare il ritardo che si è accumulato nel settore pubblico che, soprattutto in certi settori, come la sanità, finisce quasi per giustificare l’inerzia delle associazioni datoriali, peraltro molto divise al loro interno, come dimostra il caso dell’agroalimentare. Ma proprio il richiamo al pubblico, chiama direttamente in gioco il governo il quale, non solo non ha dato seguito alle promesse fatte, in particolare sulla decontribuzione dei rinnovi contrattuali e come datore di lavoro, ma insiste sulla questione del salario minimo orario legale, un tema che rischia di disarticolare tutta la contrattazione collettiva. In assenza di paletti certi, che oggi mancano, molte aziende potrebbero essere tentate di uscire dai rispettivi organi di rappresentanza e dai contratti collettivi per applicare la legge, uniformando in basso gli stipendi e contrattando eventuali maggiorazioni soltanto con pochi e selezionati dipendenti, scelti non sempre con criteri oggettivi.