di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Che ci sia bisogno di strumenti di assistenza a sostegno della cittadinanza, specie delle fasce più deboli, è indubbio e, anzi, bisognerebbe fare di più in questo senso, specie al giorno d’oggi, dopo la crisi Covid: a rischio povertà, a causa della contrazione di tutte le attività produttive, ci sono più di due milioni di persone. Tutt’altra cosa è stabilire come questi strumenti debbano essere impostati. In Italia sul lato del welfare ci sono grandi criticità e lo dimostrano, oltre ai numeri sulle diseguaglianze economiche, anche altri dati: quelli relativi a disoccupazione e inattività, oggi l’Istat ricorda che in un anno gli occupati sono scesi di 425mila unità, ma anche quelli che riguardano il tasso di natalità. Il trend delle nascite in Italia era già negativo, poi le cose sono ulteriormente peggiorate a causa del clima di incertezza e preoccupazione – sia dal punto di vista sanitario che economico – determinato dalla pandemia. Ne ha parlato recentemente anche il presidente dell’Istituto di statistica Blangiardo: «Temo che nel 2021 potremmo scendere sotto le 400mila nascite», chiedendo un profondo ripensamento del sistema di welfare. Invece, le misure che al momento sembrano andare per la maggiore vanno in tutt’altro senso. A partire, purtroppo, dal reddito di cittadinanza, una misura molto costosa che però si è dimostrata fallimentare, sia perché il sussidio è stato elargito senza adeguati controlli anche a persone che non ne avevano bisogno, sia perché non si è concretizzato il secondo pilastro relativo alle politiche attive per l’inserimento dei beneficiari nel mondo del lavoro. Non solo. Abbiamo assistito ad altre misure ancor più inadeguate se non addirittura improbabili, dal bonus monopattino alla “lotteria degli scontrini”, con protagonista in questi giorni il Premier in un vero e proprio “show” televisivo sulle agevolazioni per chi decide di pagare con la carta di credito. Avremmo bisogno di tutt’altro, specie considerando il fatto che le risorse sono poche e se ne arriveranno altre dall’Europa, non saranno a titolo gratuito, ma dovranno essere poi ripagate dagli Italiani, di oggi e di domani. Se welfare deve essere – e deve – che sia ben strutturato, che realizzi servizi efficienti, che aiuti chi ne ha davvero bisogno, che sia un volano sociale e non si disperda in mance per le categorie più disparate. Oggi il Messaggero, ad esempio, ha pubblicato un interessante approfondimento sul welfare europeo e in particolare su quello francese, dove la famiglia è stata messa al centro delle politiche di assistenza, con il risultato di un tasso di fecondità “scandinavo” di 1,88 figli per donna, accompagnato da un altrettanto alto tasso di occupazione femminile, al 67,6%, grazie a una serie di servizi e aiuti fra i quali c’è il quoziente familiare, ovvero tasse modulate sia in base al reddito che alla configurazione della famiglia. Un principio ormai dato per scontato e difeso, nonostante diverse declinazioni e sensibilità, sia dalla destra che dalla sinistra. Assieme a sostanziosi interventi per sanità, politiche abitative, previdenza e anche sostegno al reddito e lotta alla povertà e all’esclusione, ma con controlli, ora ancor più serrati a causa della crisi Covid, e politiche attive per favorire l’occupazione. Serve un buon welfare, altro che bonus.