E se ripartissimo da Cossiga?


Sulla strada delle riforme costituzionali

di Mario Bozzi Sentieri

In occasione del suo intervento all’Università di Sassari, per il decennale della morte di Francesco Cossiga – Presidente della Repubblica dal giugno 1985 al maggio 1992 – il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha ricordato l’impegno di Cossiga per le riforme costituzionali, impegno che lo spinse ad  ipotizzare una vera e propria Assemblea Costituente in grado di fare uscire il nostro Paese dall’ingorgo istituzionale nel quale  – sul finire degli Anni Novanta – l’Italia si era impantanata: “Cossiga avvertiva – ha riconosciuto Mattarella –  l’esigenza di riforme costituzionali in Italia e si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche”. La “vivacità” evocata da Mattarella è quella del Cossiga “picconatore”, un’immagine che ha segnato l’ultima parte del suo mandato presidenziale, alla vigilia della stagione di Tangentopoli e della fine della Prima Repubblica. Cossiga non gradiva il ruolo del presidente notaio, soprattutto in anni in cui era evidente a tutti la crisi del sistema partitocratico e la necessità di risolutive riforme istituzionali. Fino al punto da rompere il vecchio ordine antifascista, diventando l’autore di significative aperture nei confronti del Msi-Dn (che peraltro non  aveva contributo alla sua elezione) auspicando – come ebbe a scrivere in una lettera indirizzata al partito in occasione della Festa del “Secolo d’Italia” a Rieti, nell’estate 1991 – che tutte le forze politiche dovessero concorrere al cambiamento istituzionale, senza che siano più “addotti a scusante o a motivo di rinvio spiriti di rivalsa o contrapposizioni ideologiche”, in considerazione del fatto che “abbiamo bisogno di una democrazia compiuta e governante ed oggi siamo chiamati ad edificarla insieme”. Lo  stesso Cossiga, alcune settimane prima, il 26 giugno 1991, aveva, del resto,  inviato alle Camere un messaggio proprio dedicato alle riforme istituzionali, evidenziando puntualmente (ed in modo inusuale per un presidente in carica) le principali questioni cui l’intervento riformatore avrebbe dovuto rivolgersi:  la forma di governo e il sistema elettorale, il ruolo delle autonomie, la disciplina dell’ordine giudiziario, i nuovi diritti di cittadinanza e gli strumenti relativi alla finanza pubblica. Il Presidente “picconatore” arrivava anche ad individuare le possibili procedure da adattare per la realizzazione del progetto di riforma, ipotizzando una modifica dell’art. 138 della Costituzione sulle modalità di revisione della stessa Costituzione, con l’elezione di una vera e propria Assemblea costituente, a cui affidare il compito di riscrivere la parte relativa all’ordinamento della Repubblica. Il messaggio si concludeva con un appello alle Camere per l’avvio di un processo riformatore finalizzato al superamento di quella che appariva oggettivamente come una “democrazia bloccata”, in vista della fondazione di un nuovo patto nazionale da porre a fondamento delle rinnovate istituzionali democratiche e repubblicane. Che valore può avere, nel settembre 2020, a quasi trent’anni da quel messaggio, l’invito di Cossiga, evocato da Mattarella? Innanzitutto che, oggi come ieri,  di fronte all’ingorgo  istituzionale – usiamo un termine in voga nei primi Anni Novanta che bene si adatta all’attuale fase post referendaria – è urgente fare  chiarezza, di fronte agli italiani, su quelli che sono gli orientamenti dei diversi partiti in merito all’auspicato rinnovamento istituzionale, al ruolo delle Camere, alla legge elettorale, al processo di decentramento,  fino ad arrivare – in una logica presidenzialista – al potere del Capo dello Stato e alle modalità che sovraintendono la sua elezione. Fondamentale – come era negli auspici di Cossiga – il tema della sovranità popolare, finalmente riportata al centro del confronto politico, quale base di un nuovo patto nazionale in grado di tenere conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, della fine dei partiti che formarono l’Assemblea Costituente del ’46 e furono protagonisti della Prima Repubblica. Infine – last, but not least – le modalità d’intervento. Ripartire da Cossiga significa ritrovare l’idea di una Costituente eletta dai cittadini, grazie alla quale avviare finalmente un’organica riforma dei nostri assetti istituzionali, superando il piccolo cabotaggio di un riformismo pasticciato e contraddittorio. Quello che è accaduto dopo il recente referendum sul numero dei parlamentari era preannunciato ed infatti tutti, oggi, parlano di correre ai ripari per approvare le necessarie “correzioni”. Basterà qualche rettifica in corso d’opera? Ecco allora Cossiga. Ben oltre le sue provocatorie “picconature” Cossiga aveva tracciato un solco significativo e profondo, forte delle qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza e  con la puntualità dello   studioso di diritto, quale  era, muovendosi dalla consapevolezza che – come egli puntualizzò più volte – erano le profonde trasformazioni sociali ed economiche, che avevano interessato l’Italia dal dopoguerra agli Anni Novanta, a rendere ineludibile una complessiva revisione dell’assetto istituzionale repubblicano. Da questo punto di vista, a trent’anni di distanza dagli interventi cossighiani, siamo ancora all’anno zero di un ingorgo istituzionale che frena la crescita del Paese, la sua modernizzazione, la corretta selezione del personale politico ed il collegamento tra i cittadini-elettori e i propri rappresentanti.  In molti ne sono consapevoli. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti, magari ripartendo dalle intuizioni di un Presidente lucidamente provocatore.