di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Nei giorni scorsi la politica è stata scossa da un nuovo piccolo terremoto, quello determinato dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e dal suo improvvido aumento di stipendio, attuato nel pieno della pandemia, mentre milioni di italiani erano alle prese con le difficoltà economiche determinate dalla chiusura delle attività produttive decisa dal governo per contenere i contagi. Francamente, non ci saremmo aspettati una simile caduta di stile da parte di Tridico e delle personalità politiche che hanno permesso un aumento di stipendio talmente inopportuno da risultare indifendibile. Come sempre in questi casi, non si fanno attendere gli avvocati delle cause perse, pronti a giustificare l’ingiustificabile, affermando che è del tutto normale che un dirigente del calibro del presidente dell’Inps abbia un compenso adeguato, che l’incremento era stato deciso prima del Covid, che 60 mila euro erano troppo pochi e 150mila non fanno certo la differenza nei conti pubblici. Simili ovvietà lasciano, infatti, il tempo che trovano: nessuno, e tantomeno noi, preferirebbe una gestione in stile sovietico, in cui tutti vengano retribuiti allo stesso modo – ossia poco – sia che facciano lavori modesti e poco impegnativi, sia che abbiano grossi carichi di responsabilità sulle spalle. Ci mancherebbe: all’Italia difetta e invece occorrerebbe una visione meritocratica, che premi chi si impegna, chi mette nel lavoro molte energie ed ottiene buoni risultati nella propria professione. Ma proprio non è questo il caso. Per diverse ragioni. Innanzitutto, data la situazione del Paese nel momento in cui è scattato il famigerato aumento, il 22 aprile scorso la riunione del CdA Inps, con l’Italia alle prese col Covid, con la sanità in affanno, le vittime in costante aumento, il lockdown, le persone chiuse in casa, le attività non essenziali ferme e le scuole chiuse, senza sapere cosa sarebbe accaduto e se si sarebbe riusciti a bloccare la pandemia, anche con un’Inps perfettamente efficiente sarebbe stato comunque fuori luogo pensare ad una maggiorazione di stipendio per Tridico, avendo un minimo di spirito di solidarietà nazionale. Considerando, in aggiunta, le inefficienze dimostrate dall’Istituto nella gestione degli ammortizzatori sociali, delle casse Covid, dei rimborsi per gli autonomi, con le molte, moltissime persone che hanno aspettato mesi per avere il dovuto, alcune delle quali stanno ancora aspettando, non possiamo certo parlare di gestione talmente meritevole ed efficiente da dover, per giunta, essere anche premiata con un aumento di stipendio: l’incremento previsto avrebbe dovuto essere, se non cancellato, almeno sospeso. Parliamo, infine, di un esponente del Movimento 5 stelle, ovvero della formazione che a suo tempo fece della lotta contro gli stipendi della “casta” uno dei propri principali cavalli di battaglia, riuscendo ad imporsi e a vincere le elezioni del 2018 con la promessa di una sforbiciata agli emolumenti di politici e dirigenti pubblici. Per questo l’ormai famigerato raddoppio del compenso assume contorni ancor più grotteschi. Adesso, poi, assistiamo al solito refrain: l’aumento “all’insaputa”. Tutti i responsabili e i firmatari dell’incremento, da Conte a Di Maio, alla Catalfo, si dichiarano ignari della vicenda. Che, per una volta, si dia il buon esempio, che si compia, specie in questo difficile frangente socioeconomico, un atto di responsabilità: il Presidente Tridico abbia un moto d’orgoglio personale e di rispetto per le istituzioni e i cittadini lasciando la sua carica.