Il voto del 20-21 settembre sarà un test importante, ma il premier prova a smarcarsi da eventuali sconfitte elettorali

Da «avvocato del popolo» a politico navigato, il passo non è stato poi tanto lungo. Da Mario Draghi ai prossimi appuntamenti elettorali è come se il premier Giuseppe Conte avesse calcolato tutto al millimetro, consapevole evidentemente dei rischi che potrebbero sopraggiungere in caso di imprevisti (referendum) o di profezie che si autoavverano (regionali). Procediamo allora con ordine. Il 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati alle urne per decidere sul taglio dei parlamentari (la riforma prevede che gli eletti alla Camera dei deputati passino dagli attuali 630 a 400, mentre al Senato da 315 a 200). Al netto degli ultimi sondaggi sul tema, risulta evidente – dalle cronache di questi giorni – che l’argomento sia più divisivo di quanto ci si potesse aspettare. Tra le file della maggioranza non esiste un unico fronte sul taglio dei parlamentari, anzi, qua e là sono emerse voci a favore del “no” alla riforma. Nel M5s, come nel Pd, nonostante alla direzione di oggi il segretario dem, Nicola Zingaretti, abbia proposto apertamente il “sì”. Non mancano insomma malumori, da una parte e dall’altra (opportunismo politico? ragionevoli dubbi?). Un’eventuale disfatta per i fautori del “sì” sarebbe una tegola tutt’altro che indifferente, soprattutto per il M5s, che è tra gli sponsor della riforma nonché principale azionista della maggioranza. Poi ci sono le regionali. Conte ha rotto il silenzio dopo alcuni giorni, sabato, intervenendo alla festa del Fatto Quotidiano e per l’occasione ha allontanato l’ipotesi di un voto alle regionali quale test sul governo, pur riconoscendo le differenze tra il centrodestra che corre unito e le forze politiche che lo sostengono che a livello locale si sono presentate divise. Si è ben guardato, nel frattempo, dall’intestarsi la campagna elettorale, così da potersi smarcare agilmente in caso di débâcle. Certo è, tuttavia, che una vittoria schiacciante del centrodestra (circostanza possibile, per quanto ne sappiamo oggi) aprirebbe inevitabilmente una riflessione sul futuro della maggioranza e dell’esecutivo guidato dal premier Conte. Che c’entra Mario Draghi in tutto ciò? C’entra perché proprio alla festa del Fatto, il presidente del Consiglio ha ammesso di avere avuto l’intenzione di spendere il suo nome per ruoli di alto profilo – presidente della Commissione europea –, salvo rinunciare per l’indisponibilità del diretto interessato. E questo accadeva nel mezzo di un mormorio sulla possibilità di avere Draghi a Palazzo Chigi, in piena emergenza sanitaria. Dunque, a ben vedere, in questi anni al governo, passati per una crisi e da un alleato all’altro, l’«avvocato del popolo» ha dato prova di saper fare bene i conti. I suoi, specialmente.