di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
La sensazione che le idee su come affrontare il prossimo autunno, che si preannuncia “caldo” su vari fronti, dal lavoro alla scuola, non siano chiare, che non ci sia un progetto, che le posizioni non siano affatto condivise è palpabile. Siamo in attesa di comprendere in cosa consisterà il decreto agosto e sul fronte del blocco ai licenziamenti c’è ancora grande incertezza. Sembra che le limature previste dal governo per la proroga del blocco vero e proprio, in vigore solo fino al prossimo 17 agosto, siano tante e tali da far scoppiare prima del previsto quella bomba occupazionale e sociale che solo vere politiche di sviluppo potrebbero disinnescare. Insomma, non si potrà licenziare – fino a quando? – ma con una serie non irrilevante di eccezioni. Dovrebbero essere escluse non solo le aziende in cessazione dell’attività di impresa ed in fallimento, ma anche quelle che non utilizzano più la Cig. Insomma le maglie per consentire i licenziamenti si faranno più larghe, in attesa della definitiva conclusione della misura emergenziale. C’è poi da dire anche che se, nella migliore delle ipotesi, il blocco dovesse arrivare al 31 dicembre, e ancora non è detto, comunque, questa misura non potrà, da sola e senza un concomitante piano di sviluppo, evitare, presto o tardi, quella che si preannuncia come un’ecatombe occupazionale. Non possiamo nascondere il fatto di essere molto preoccupati, come siamo preoccupati anche in relazione all’altro fronte rovente, quello della scuola. Sono arrivate le tanto attese linee guida per la riapertura degli istituti scolastici. Le misure sono quelle consuete, adottate nei vari consessi sociali e nelle diverse attività dopo il Covid. Mascherine, distanziamenti, misurazione della temperatura, con qualche accortezza maggiore data la presenza di minori. Niente di più. Non si poteva, allora, aprire prima, assieme agli altri? Il problema maggiore resta quello degli spazi, che non tutte le scuole hanno a disposizione, per evitare le cosiddette “classi pollaio”. Il timore è che nascano scuole di serie A, dotate di aule sufficienti, con studenti in presenza, e di serie B, con il ricorso alla dad. E che la divisione in “serie” ricalchi i soliti divari sociali e territoriali. Sarebbe inaccettabile. Servono poi gli insegnanti e il reclutamento è iniziato, con tutte le perplessità già sollevate. Poi il bando per i banchi “a rotelle”, nella speranza che non causino danni, come già sta accadendo con i monopattini. Molte, dice Arcuri con soddisfazione, le aziende interessate all’appalto milionario per la fornitura, anche alcune straniere. Ormai manca poco più di un mese e non c’è più tempo da perdere, augurandoci che, dopo tutto quello che i cittadini italiani, i lavoratori e le imprese hanno dovuto passare a causa del Covid, i ragazzi non si trovino in classe solo banchi Made in China.