di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL

All’indomani della presunta “grande vittoria” del premier Conte in Europa – almeno a sentire i partiti di maggioranza e la gran parte dei media, che ormai più che cani da guardia della democrazia e paladini del diritto-dovere di critica, sembrano sempre più simili ad un unico grande ufficio stampa governativo – ecco che si torna in fretta e bruscamente con i piedi per terra, osservando la situazione di uno dei settori simbolo della crisi economica e anche politica che da anni, ed ora ancor di più dopo il Covid-19, sta mettendo a dura prova il sistema Paese: il trasporto aereo. Il vettore nazionale per eccellenza, Alitalia, sta progettando il proprio futuro. Certo, il momento è difficilissimo, per tutte le compagnie aeree, data la situazione generata dalla pandemia, dai conseguenti blocchi dei voli e dalla chiusura di molte frontiere. Sappiamo che il 2020 è stato e sarà un anno nero per viaggi e turismo; purtroppo, data la presenza del virus, le cose non potevano andare altrimenti. Sappiamo anche che il vettore per rinascere da una crisi ben più antica del Covid e ora resa ancora più grave dal virus ha bisogno di efficienza, ma ha anche estrema necessità di coraggio e lungimiranza. Invece nel complesso la strategia scelta per disegnare il futuro di Alitalia sembra essere non un piano di sviluppo, ma un arroccamento nel segno di un drastico ridimensionamento. Una flotta considerevolmente più piccola, 60 o 70 aerei, anche se, a sentire le intenzioni del nuovo management, il numero di velivoli col tempo dovrebbe tornare a crescere, arrivando a 100 nel 2023. Il timore, facendo un paio di conti, è che ciò significhi di conseguenza tagli al personale: con così pochi aerei, basterebbero 6mila e cinquecento dipendenti, con quindi 4mila persone in meno rispetto al numero attuale di dipendenti, così dicono le indiscrezioni, nonostante Patuanelli si sia affrettato a smentire e rassicurare. Ma le intenzioni dello stesso ministro e dei nuovi manager Caio e Lazzerini, presentate ai tecnici dell’Antitrust europea, non fanno presagire nulla di buono. L’Unione sorveglia i nostri conti e anche quelli di Alitalia: sotto osservazione i tre miliardi di euro stanziati dal governo e il rispetto della discontinuità aziendale. Per nascere, la newco ha bisogno del sì di Bruxelles e solo dopo si potrà effettivamente ripartire e all’Europa una compagnia più piccola sembra piacere. Sempre a proposito di Europa, la linea scelta dal ministero e dai nuovi vertici per il futuro di Alitalia dovrebbe passare, prima che da coalizioni intercontinentali, ovvero la statunitense Delta, da alleanze europee, quindi Lufthansa e Air France-Klm, almeno per una prima fase. Di nuovo a dare le carte sembrano esserci le solite Germania e Francia per una visione che sembra – almeno dal punto di vista italiano – a corto, cortissimo raggio.