Non sappiamo quale sia stata la reazione ufficiale di Matteo Renzi alla lettura del capitolo del programma Progettiamo il rilancio dedicato alle imprese e al lavoro, presentato dal Presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, alle parti sociali, in occasione degli Stati generali dell’economia di villa Pamphilj; di certo, deve aver storto, e anche parecchio, la bocca, leggendo il paragrafo dedicato al sostegno alle transizioni occupazionali, tanto è vero che Italia viva ha rilanciato chiedendo la cancellazione del decreto Dignità. Tre le voci che compongono il punto: la riforma e la semplificazione degli ammortizzatori sociali, la rimodulazione in chiave di politica attiva degli strumenti di sostegno e il riordino della disciplina della Naspi. Tradotto, significherebbe togliere di mezzo l’ossatura stessa del Jobs act. La cassa integrazione, infatti, è profondamente cambiata nel 2015, con l’allargamento della platea delle aziende coinvolte e con la relativa contribuzione da versare, ma anche con una riduzione della durata. Le politiche attive, viceversa, richiamano immediatamente il sostanziale fallimento della governance dell’Anpal. La Naspi, infine, presenta il limite di essere collegata alla contribuzione versata, senza tener conto di altri fattori, come l’età e la collocazione geografica, che caratterizzavano l’indennità di disoccupazione, prima, e l’Aspi e la mini-Aspi della riforma Fornero, dopo.