di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Nella speranza che, almeno nel nostro Paese, la pandemia ed il lockdown siano ormai solo ricordi del passato, viene da chiedersi cosa ne sarà dello smart working sperimentato in questi mesi in Italia, per la prima volta in modo massiccio. L’Istat attesta che questa modalità di lavoro è stata introdotta in tutte le aziende nelle quali le attività possono essere svolte anche fuori dai locali aziendali. In quelle grandi, medie e persino in quelle piccole. Durante il lockdown ha lavorato da remoto il 31,4% del personale delle aziende più grandi e il 21,6% delle imprese di medie dimensioni. “Nei primi mesi dell’anno, solo l’1,2% del personale era impiegato in lavoro a distanza. Tra marzo e aprile questa quota sale improvvisamente all’8,8%”, così il report dell’Istat. Ora la percentuale è scesa al 5,3% e ci si chiede se sarà una quota stabile o destinata a ridursi ulteriormente con il ritorno alla normalità. Prima in Italia, fra le aziende private e persino negli enti pubblici, c’era una certa diffidenza verso questa modalità lavorativa. Un po’ “alla Ichino”, si potrebbe dire. Ovvero: se non c’è lo spreco di tempo, lo stress, i costi economici ed anche ambientali degli spostamenti, se non c’è l’affanno a conciliare vita privata e professionale, se non ci sono gli uffici, le mense e il timbro del cartellino, allora non si può parlare di lavoro “vero” anche se la produttività è maggiore e i numeri lo dimostrano. Per fortuna, comunque, non tutti la pensano così. Ad esempio Avvenire, forse in quanto testata più attenta ai bisogni delle famiglie, si occupa spesso, anche oggi, di analizzare in chiave positiva questa nuova tipologia di lavoro. Una migliore gestione delle diverse esigenze personali è infatti uno degli elementi maggiormente positivi dello smart working: i lavoratori, da casa, da remoto e nelle ore risparmiate dello spostamento per e dal lavoro, riescono a gestire meglio i propri impegni. Certo occorre fare in modo che questo non si trasformi in un boomerang, specie per le donne, costrette, lavorando da casa, ad un maggiore carico in termini di cura dei familiari. Bisogna poi tutelare i lavoratori da remoto affinché non siano esclusi dalle relazioni all’interno dell’azienda, con svantaggi per la carriera. Disciplinare orari, reperibilità, questioni relative ai supporti tecnici necessari al lavoro da remoto. Insomma, c’è molto su cui riflettere. In questi mesi lo smart working è stato una soluzione un po’ di fortuna per affrontare l’emergenza sanitaria senza interrompere la produzione; spesso è stato superficialmente confuso col telelavoro, ad esempio. Non bisogna, però, finita la pandemia, fare un passo indietro tornando alla situazione precedente, piuttosto un passo in avanti verso un’organizzazione del lavoro più moderna e più elastica, che sia utile ai lavoratori e alle aziende, ai singoli ed alla collettività.