Necessario cambiare la norma che prevede lo stop agli ammortizzatori sociali
Senza scomodare il filosofo napoletano Giambattista Vico e la sua eterogenesi dei fini, per effetto della quale il risultato conclusivo non è quello atteso da colui che ha avviato l’azione, l’appena pubblicato decreto-legge 52/2020, entrato in vigore alla mezzanotte di oggi, nasconde un grande rischio per migliaia di lavoratori. L’articolo 1, al quale si è accennato anche ieri, prevede la possibilità di fruire di tutte e diciotto le settimane di ammortizzatore sociale senza soluzione di continuità e non, come previsto, dal decreto Rilancio in due blocchi (cinque settimane entro il 31 agosto e altre quattro fra il 1° settembre e il 31 ottobre, dopo le iniziali nove previste dal Cura Italia); al comma 3, però, contiene anche una disposizione che, se non modificata in corso d’opera, rischia di fare più danni che altro. Come si ricorderà, nelle scorse settimane, il ritardo nel pagamento diretto da parte dell’Inps della cassa integrazione e dell’assegno ordinario è stato prima imputato alle regioni e poi ai datori di lavoro che non hanno comunicato i dati per tempo. Ora si prevede che, se il datore di lavoro non comunica entro la scadenza prevista tutti i dati, il pagamento dell’integrazione al dipendente e degli oneri spetta a lui. Il problema, però, è che se il datore di lavoro ha chiuso o non ha liquidità sufficiente l’unico a rimetterci è il lavoratore che si ritroverà senza ammortizzatore, stipendio e lavoro.