di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Siamo alla vigilia dell’incontro, in videoconferenza causa Covid, convocato dal ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli per discutere la situazione dell’ex Ilva con i sindacati dei lavoratori e i commissari straordinari dopo la presentazione, da parte dell’attuale gestore dell’acciaieria, la multinazionale franco indiana ArcelorMittal, del nuovo piano industriale per il periodo 2020-2025. Il fatto è che si tratta di un piano al ribasso, che prevede più di 3.200 esuberi fino al 2023 fra i lavoratori di Taranto, Genova e Novi Ligure, su un totale di 10.700 occupati del gruppo e che prospetta una riduzione sostanziosa anche della produzione: non più di 6 milioni di tonnellate al termine del periodo quinquennale. Tutt’altro rispetto a quanto stabilito nell’accordo di marzo. L’azienda ha motivato le proprie decisioni spiegando che la crisi economica internazionale determinata dalla diffusione del nuovo coronavirus ha messo in crisi il mercato dell’acciaio e, fra le richieste di ArcelorMittal per mantenere in piedi i siti produttivi, ci sarebbero anche 200 milioni a fondo perduto a titolo di indennizzo Covid e un prestito di 600 milioni con garanzia Sace, più un miliardo di ricapitalizzazione con l’ingresso dello Stato nella società e ulteriori somme del cosiddetto patrimonio destinato. Un impegno molto sostanzioso in termini economici senza neanche il mantenimento della piena occupazione. Si tratta di un piano inaccettabile, anche perché poco credibile: in realtà da ben prima dello scoppio della pandemia le intenzioni del gestore non sembravano affatto chiare. Certo, la crisi c’è, come anche prima c’era stata una conduzione poco accorta da parte del governo della questione dello scudo penale. Ma, ora come allora, l’impressione era quella di un’azienda pronta a cogliere al volo queste difficoltà per portare avanti una visione improntata ad un progressivo smantellamento del proprio impegno in Italia. Lo dimostrano, come denunciano i nostri metalmeccanici Ugl, l’assenza di dialogo con le controparti, la manutenzione ridotta al minimo – ora sono in forse le sorti dell’altoforno 5 di Taranto – con tutti i rischi per la sicurezza di lavoratori e cittadini, l’atteggiamento nei confronti dell’indotto. La questione è molto seria e non di facile risoluzione, gli errori commessi dal governo sono stati molti e sono stati gli ultimi in una crisi che va avanti da anni, sempre in bilico fra diritto al lavoro e diritto alla salute. C’è chi come l’ex ministro Calenda propone di trovare, comunque, un accordo con ArcelorMittal e chi come il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans suggerisce all’Italia di usare dei fondi del Green Deal europeo, 40 miliardi, per il riammodernamento dell’ex-Ilva. Che si trovi in fretta una soluzione per salvare lavoro e produzione, in sicurezza. Non possono essere di nuovo i lavoratori a pagare per tutti, per di più chiedendo allo Stato di avallare, anche economicamente, un piano che non offre garanzie occupazionali, produttive e ambientali. Il governo si faccia finalmente ascoltare in modo autorevole, determinato, concreto. Noi dell’Ugl faremo sentire la nostra voce e siamo pronti a far valere, come sempre in modo pacifico e democratico, ma senza cedimenti, i diritti dei lavoratori italiani: la misura è colma.