di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

L’accordo con la multinazionale Jabil non è arrivato e restano sul tavolo i 190 licenziamenti annunciati dall’azienda di elettronica statunitense che gestisce lo stabilimento di Marcianise, intenzionata ad andare avanti nei suoi propositi nonostante il divieto imposto dal decreto Rilancio e nonostante anche il fatto che, indipendentemente dalle misure anti crisi da Coronavirus, già la decisione dell’azienda non era conforme alle procedure in materia di licenziamenti collettivi, come affermato dallo stesso ministro Catalfo. A Napoli, i lavoratori della Whirlpool, altra multinazionale americana, stavolta di elettrodomestici, già da mesi alle prese con una durissima vertenza per scongiurare il rischio della chiusura del sito, al ritorno in fabbrica dopo il lockdown sono stati “accolti” dalle parole del vicepresidente Morel, lapidario: “l’impianto di Napoli, nonostante gli investimenti, non era sostenibile prima del Covid”, ora “la pandemia ha aggravato la situazione”, preannunciando il termine della produzione alla fine di ottobre. Sono solo due esempi fra molti. Di acciaio abbiamo già parlato, lanciando l’allarme per una crisi che sta coinvolgendo l’intero settore. Nel complesso sono 150 i tavoli finora aperti al Mise. Il governo, con il decreto Rilancio, ha prolungato il blocco dei licenziamenti fino al 16 agosto. Ma si tratta di una misura temporanea, che è stata in qualche caso aggirata, vedasi appunto il caso Jabil, e non certo risolutiva. Bisogna fare in modo che le aziende abbiano interesse a produrre e investire nel Paese e che quindi abbiano necessità di mantenere i livelli occupazionali. Strumenti temporanei come quelli ideati dal governo sono certamente utili nella fase emergenziale, ma non è su queste basi che si riuscirà a bloccare la crisi occupazionale che si intravede all’orizzonte. Anche sul fronte della cassa integrazione ci sono delle difficoltà. Il Cura Italia aveva autorizzato nove settimane. Adesso il decreto Rilancio ne prevede altre cinque entro agosto e quattro per i mesi di settembre e ottobre. Oltre alle lungaggini burocratiche e ai ritardi nell’erogazione, ci potrebbero essere periodi non coperti e risorse insufficienti. In sintesi, una situazione già difficile per l’industria italiana, ora rischia di diventare esplosiva. Per parlare solo di industria, naturalmente, tralasciando per un attimo gli altri settori in grave difficoltà. Con la crisi economica mondiale innescata dal Covid tutti i nodi irrisolti del sistema Italia rischiano di venire al pettine, tutte le criticità che già affossavano produzione e investimenti potrebbero convincere molte aziende a una vera e propria fuga dal Paese, lasciando sul terreno un deserto industriale e occupazionale. Serve un cambio di passo, servono politiche economiche poderose e lungimiranti. Il decreto Rilancio, certo, non basta.