di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Da qualche giorno ormai siamo approdati alla tanto sospirata fase due. Con i contagi in diminuzione, sono aumentate le libertà di movimento e d’azione, sempre con la massima prudenza e con la spada di Damocle di un possibile dietrofront verso una fase “uno bis”, se le cose dovessero, nonostante l’impegno, mettersi male. Intendiamoci, la priorità è bloccare la diffusione del virus, per impedire che ci siano nuovi contagiati, nuovi malati, nuove vittime. Per tutelare la salute pubblica siamo stati unanimemente disposti a un sacrificio non certo da poco, rinunciare ai contatti sociali e interrompere buona parte delle attività economiche. Ora tutti vogliamo rispettare il distanziamento sociale per limitare i rischi. Questo patto collettivo per un bene superiore, come tutti i patti, presuppone, però, chiare premesse a tutela delle parti. In primis, mentre noi eravamo in lockdown, le autorità avrebbero dovuto provvedere al potenziamento delle misure sanitarie affinché il blocco non durasse più dello stretto necessario e si pensasse subito a una convivenza possibile con il virus. Posti letto in terapia intensiva, dpi per operatori sanitari e comuni cittadini, tamponi e test a sufficienza per verificare l’andamento dei contagi. Già qui sono sorti i primi problemi. Premessa numero due: fare in modo che dal punto di vista economico le persone costrette a sospendere le proprie attività lavorative si sentissero tutelate, che lockdown non significasse incertezza e impoverimento. Anche in questo caso non tutto è andato come avrebbe dovuto: solo ora stanno arrivando buona parte degli aiuti, e alcune misure, specie su tasse, mutui, affitti e bollette, sono state insufficienti. Molte le possibili critiche da muovere, pur comprendendo l’eccezionalità della situazione. C’era poi una terza condizione, però, per la quale non possono trovarsi scusanti e appigli. La limitazione delle nostre libertà per bloccare il contagio non avrebbe dovuto in nessun caso oltrepassare determinate soglie, temporali e sostanziali. Non avrebbe dovuto trasformarsi in un’occasione per l’instaurazione di uno Stato di polizia. Già con la faccenda dei “congiunti” questo limite era stato travalicato. Lo Stato può e deve stabilire regole di condotta, anche severe, ma generali e non certo modulate disciplinando la vita privata dei cittadini: si può imporre l’obbligo di mascherina, non quello di frequentare parenti e fidanzate ufficiali, anziché amici e conoscenti. Ora, però, si sta andando oltre. Pare che il governo abbia intenzione di assumere un esercito di controllori, 60mila, non appartenenti alle forze dell’ordine, che offrono tutele nel reclutamento e nei doveri connessi al loro ruolo, ma alle dipendenze della Protezione Civile. I pasdaran del distanziamento sociale, i controllori del comportamento anti-Covid. Già fioccano le rassicurazioni: saranno volontari, scelti fra inoccupati, percettori di reddito di cittadinanza o ammortizzatori sociali, non potranno fare multe, ma aiuteranno i sindaci a tenere sotto controllo la situazione a fronte di una “movida” giudicata troppo lassista. Questa novità lascia perplessi: servono certezze nelle normative e regole chiare, dopodiché abbiamo già agenti preposti a far rispettare le leggi, dalle forze dell’ordine alla polizia municipale. Se lo Stato intende avvalersi di lavoratori socialmente utili, non mancano le cose da fare. Quello che non occorre è questa costante e pervasiva intrusione nelle libertà civili. Ha un sentore spiacevole e rischia non solo di non essere utile al mantenimento del decoro, ma anzi di provocare l’effetto opposto, fra una popolazione che si è sentita prima abbandonata e ora additata a untrice e controllata a vista.