di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Seppure fra mille distinguo e nonostante l’incertezza, che rimane, sulle regole da seguire, l’Italia riparte. Oggi è il giorno nel quale buona parte delle attività apre di nuovo i battenti e riprende a lavorare. Le nostre città iniziano, almeno in parte, ad assomigliare di nuovo a com’erano prima che iniziasse il lockdown. È un segnale positivo, però sarebbe irrealistico pensare di poterci già lasciare alle spalle la crisi di portata eccezionale determinata dalla diffusione del Covid-19. L’economia è ferma e non basterà la riapertura formale delle attività per garantire una ripresa, non solo a causa delle misure di distanziamento sociale – fatto, questo, inevitabile per impedire una ripresa dei contagi, ma che, comunque, poteva essere gestito meglio in termini di ragionevolezza, semplicità e uniformità delle norme – ma anche e soprattutto perché la stragrande maggioranza dei cittadini, data la situazione, ridurrà in modo considerevole le proprie spese, e ciò non inciderà solo sul commercio, ma anche su tutti gli altri settori economici. Il settore auto, di cui si parla molto, sia data l’entità dell’occupazione che assorbe sia per la questione degli aiuti a Fca, ne è un esempio: a marzo le vendite di automobili del gruppo in Italia sono diminuite del 90,34% rispetto allo stesso mese del 2019. Altri dati, drammatici, li ha forniti Confcommercio: se a marzo la riduzione dei consumi è stata del 30,1%, ad aprile si è arrivati a un impressionante -47,6%. Uno scenario post-bellico. Certo, la popolazione chiusa in casa non aveva né modo né motivo di spendere, ma i mancati introiti, i ritardi negli aiuti, molti dei quali non sono ancora arrivati, sia per gli imprenditori che per i dipendenti, le incertezze, le decisioni politiche spesso non adeguate alla gravità della situazione, hanno determinato un comprensibile atteggiamento di chiusura verso gli acquisti non strettamente necessari, per impossibilità concreta da parte delle fasce sociali più deboli, per timore del futuro da parte di quelle più abbienti, entrambe comunque colpite dalla crisi. Tutto questo potrebbe generare un pericolosissimo circolo vizioso: minori consumi, minore produzione, minore occupazione, minori entrate fiscali per lo Stato, con conseguenze devastanti dal punto di vista economico e sociale. Una recessione di dimensioni inaudite della quale finora non intravediamo che i primi segnali, ma che potrebbe palesarsi a breve, si pensi al divieto di licenziamenti che non potrà durare ancora a lungo. Le misure prese finora sembrano del tutto insufficienti, nonostante le dichiarazioni roboanti. Le aperture senza aiuti sembrano un lasciapassare a cavarsela da soli. Servono decisioni più coraggiose e indirizzate in modo concreto verso una popolazione sempre più in difficoltà, serve una potente iniezione di fiducia, di cui al momento non si vede traccia. Va bene aprire, ma poi?