Dl Rilancio: ritardatario e insufficiente ancora prima di venire alla luce. Un provvedimento condizionato da un partito del 4% e dalla maxi-sanatoria per 600 mila tra braccianti agricoli, colf e badanti

I 420 mila probabili posti in meno che si potrebbero perdere nel terziario in seguito alla chiusura di 270 mila esercizi, dati stimati oggi da Confcommercio, non saranno scongiurati dal via libera che oggi il Consiglio dei Ministro darà al decreto Rilancio, già decreto Maggio, già decreto Aprile. Così anche le persone in cassa integrazione, i disoccupati e gli imprenditori piccoli e medi non trarranno alcun vantaggio nel sapere che lo stesso decreto, uno dei più ritardatari della storia della Repubblica, è venuto alla luce solo grazie all’accordo raggiunto nella maggioranza stanotte sulla maxi-sanatoria che riguarderà 600 mila tra braccianti, colf e badanti. Il leader politico del M5s, Vito Crimi, può dichiarare all’infinito che «non ci sarà alcuno sconto, alcun “condono” penale o amministrativo, per chi ha sfruttato lavoratori stranieri», ma la pura verità è che ha fallito la fronda del M5s che da giorni cercava di stralciare la maxi-sanatoria dal decreto Rilancio. Un risultato che si porta a casa Matteo Renzi, leader di un partito del 4%, al quale per ottenere ciò che voleva, far sentire il suo peso, è bastato la minaccia delle dimissioni di uno dei suoi due ministri presenti nel Governo, Teresa Bellanova, madre della maxi-sanatoria. Tutto questo mentre gli italiani sono afflitti da altri giganteschi problemi causati dal lock down e che il decreto ritardatario in questione avrebbe dovuto risolvere. Un decreto così importante, una maxi manovra da 55 miliardi, si è impantanata per evitare di far saltare il banco con il risultato che la piaga del lavoro nero non sarà risolta e che la quadratura del decreto monstre, da oltre 250 articoli, darà come risultato un difficile quanto inefficace incastro tra coperture finanziarie, con fondi sottostimati per la cassa integrazione prevista dal decreto Cura Italia, tanto che i tecnici non hanno escluso il ricorso a «clausole di salvaguardia» per andare oltre i 55 miliardi in deficit. Un governo che per non cadere ha dovuto accontentare le richieste di un partito del 4%, supportato nella sua “battaglia” dal secondo partito di maggioranza, il PD, non può che essere considerato fragile e il relativo decreto non può che rispecchiare questa stessa fragilità. Il brutto è che anche l’Italia dopo il lock down è ancora più fragile e avrebbe bisogno di un governo forte per rimettersi in piedi.