di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Oggi è il Primo Maggio, la festa dei lavoratori, che celebra il ruolo del lavoro come pilastro fondamentale della società. La ricorrenza più importante del sindacato. Certo, questo Primo Maggio 2020 è decisamente diverso da tutti gli altri. È un Primo Maggio che cade in piena pandemia da Covid-19, in uno scenario inedito e preoccupante. Non ci sono le nostre piazze, le nostre bandiere, non possiamo riunirci per celebrare la nostra festa. Siamo ancora tutti chiusi a casa, nell’impossibilità di riprendere le nostre normali attività, chi a riposo forzato, molti ancora senza aver ricevuto nessun sussidio, chi in smartworking. Alcuni di noi sono invece in prima linea, i lavoratori di tutti quei settori essenziali che, nonostante la minaccia del virus, non si sono mai fermati, che hanno dovuto affrontare il rischio Covid-19, spesso anche senza essere stati adeguatamente protetti tramite i necessari dispositivi di protezione personale, per permettere al Paese di andare avanti. Da lunedì, con la cosiddetta “fase due”, aumenterà il numero delle persone che potranno tornare al lavoro, ma sul futuro di tutti incombe una cappa di grande incertezza. L’Italia è stretta in una morsa, tra la peggiore emergenza sanitaria e la più grave crisi economica mai avvenute nella storia della Repubblica. Alla luce di tutto ciò, celebrare oggi, seppure solo virtualmente, la festa del lavoro potrebbe sembrare quasi paradossale. E invece, no. Il coronavirus ci ha infatti insegnato, fra le altre cose, l’importanza del lavoro, il suo essere elemento insostituibile. In primis il lavoro di chi ci ha consentito di affrontare la pandemia: personale sanitario, forze dell’ordine, lavoratori di industrie e servizi essenziali, commessi e fattorini. Senza di loro – e molti di questi sono lavoratori poco tutelati, sottopagati, in alcuni casi precari – la nostra vita non sarebbe potuta andare avanti in una almeno parziale normalità. In secondo luogo il lavoro di chi ora è chiuso in casa. Senza la ripresa delle attività l’Italia non ripartirà, non solo le persone direttamente coinvolte, ma il Paese intero: senza lavoro non ci sono entrate economiche, non ci sono tasse, quindi non ci sono assistenza e servizi, non c’è socialità, non c’è, in poche parole, vita. Siamo tutti collegati in un unico meccanismo. Il “sistema Paese” direbbe qualcuno, la comunità nazionale diciamo noi. Se si inceppa una parte del congegno, si blocca tutto. Già da adesso dobbiamo pensare a una possibile fase 3. Al futuro. Quale sarà, dopo il Covid-19 e il lockdown, il futuro del lavoro? Se continueremo su una strada di sfruttamento del lavoro, di precarizzazione e robotizzazione, di finanziarizzazione dell’economia, di predominio delle grandi multinazionali sulle nostre piccole o grandi attività nazionali, di cessione di produzioni, anche essenziali, e di sovranità, vuol dire che da questa esperienza non avremo imparato nulla. Se, invece, da ciò che è avvenuto avremo imparato qualcosa, dovremo tutti gettare le basi per un nuovo patto sociale, giusto, che premi chi merita e aiuti chi ha bisogno, che dia il giusto riconoscimento a chi lavora e a chi produce. Perché, come abbiamo potuto constatare, nei momenti di difficoltà è a loro che ci rivolgiamo ed è di loro che abbiamo bisogno, e dobbiamo quindi riconoscere un ruolo essenziale al lavoro in tutte le sue forme: al lavoro pubblico, la sanità, la scuola e tutto il complesso dell’istruzione e della ricerca, la sicurezza, l’assistenza, e al lavoro privato, le attività commerciali e industriali che reggono il sistema occupazionale ed economico. In poche parole al complesso della produzione nazionale. Allora, forse, tutto questo non sarà stato inutile. Buon Primo Maggio.