di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Oggi, 28 aprile, ricorre la giornata mondiale della salute e sicurezza sul lavoro. L’Ugl ha dedicato a questo tema un impegno costante. La prima ed essenziale rivendicazione sindacale, la conditio sine qua non, il primo diritto basilare di chi lavora è infatti quello di poter svolgere la propria attività senza mettere in pericolo la propria salute e la propria vita, perché si lavora per vivere, come recita il motto che abbiamo adottato per tutte le nostre iniziative sulla materia. Eppure questo diritto fondamentale non è ancora realtà: nonostante leggi piuttosto dettagliate a tutela della salute e della sicurezza, il numero degli infortuni, alcuni dei quali con conseguenze permanenti, e degli incidenti mortali è ancora altissimo nel nostro Paese. Nei luoghi di lavoro si continua a morire. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Quest’anno, in piena emergenza Covid-19, vogliamo dedicare questa giornata ad una categoria di lavoratori particolarmente esposta nella lotta al coronavirus: quella del personale sanitario. In questi due mesi di pandemia, in Italia 152 medici, 34 infermieri, 18 operatori socio-sanitari e 13 farmacisti sono deceduti a causa del virus, decine di migliaia i contagiati. Numeri, purtroppo, in costante crescita. Nessuno dica che gli operatori sanitari che hanno perso la vita sono andati incontro al loro destino inconsapevolmente. Chi lavora in ospedale, dal direttore generale all’ultimo ausiliario assunto, sa perfettamente il rischio che si corre di fronte ad un malato infetto da qualunque virus e sa come ci si difende. Ma l’emergenza e la “missione da compiere” è stata per quelle persone, ed è per tutti coloro che quotidianamente sono in prima linea per difendere la salute di tutti noi, più importante della propria stessa vita. Persone che hanno scelto una professione tanto difficile quanto entusiasmante, che hanno scelto di lavorare non solo per vivere, ma anche per aiutare gli altri a vivere. Ferma restando questa nobile e ammirevole scelta di vita e di lavoro, resta però una domanda, tutt’altro che irrilevante: queste morti si potevano evitare? Sono stati messi in atto tutti i necessari protocolli a tutela della salute e della sicurezza di questi lavoratori? La risposta non può, purtroppo, che essere negativa: soprattutto nelle prima fase, durata in alcuni casi settimane, gli operatori della sanità non hanno avuto gli strumenti per difendersi, i famosi dpi: mascherine adeguate, guanti, occhiali e soprabiti monouso. Ancora oggi gli operatori lamentano protezioni inadeguate e insufficienti. Per non parlare dei tamponi che si sarebbero dovuti fare in modo prioritario e periodico a tutto il personale sanitario. Qualcosa non ha funzionato e il rischio, per quanto connesso alla professione, non è stato ridotto al minimo come avrebbe dovuto essere. A causa forse della leggerezza dei responsabili, del continuo taglio alle spese sanitarie, della portata dell’epidemia. Fatto sta che anche queste vittime meriterebbero una piazza piena di sagome bianche – e non è detto che riusciremo ad avere a breve i permessi per farlo – per ricordare che si deve, sempre e anche in camice bianco, lavorare per vivere.