di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
In questa distopica primavera 2020, chiusi in casa per paura di un virus sconosciuto venuto dall’Oriente, in un’Italia spettrale, scuole chiuse, attività ferme, in cui è necessaria una certificazione per poter uscire di casa, pena multe e sanzioni, controllati a vista perfino dai vicini di casa, ora ci viene chiesto anche di scaricare una app, per monitorare ancora meglio i nostri spostamenti, i nostri contatti telefonici e quant’altro. Ha un nome accattivante: “Immuni”. Tutti noi desidereremmo, infatti, essere immuni dal Covid-19, ma per ora gli scienziati non sanno neanche se esista un’immunità: non è certo che ce l’abbiano neanche quelli che sono guariti dal virus. Questo dispositivo dovrebbe servire a tenere un “diario di bordo” sulle proprie condizioni di salute e avvertire nel caso si scoprisse di avere dei sintomi compatibili col Covid-19. Poi verrebbe fatto un tampone? Non è dato sapere. Al momento i tamponi non sono sufficienti neanche per operatori sanitari e lavoratori delle attività essenziali. Oltre a ciò, si sarà avvertiti nel caso in cui fra i propri contatti, ossia i proprietari di telefono con app scaricata risultati vicini fisicamente a noi, ci sia stato un positivo al Covid-19, che rimarrebbe anonimo. In questo caso bisognerebbe mettersi in autoisolamento preventivo, si presume sempre senza tampone, con denuncia penale per epidemia colposa nel caso in cui si violi la quarantena. Ciò premesso, tutto sommato, la app si sarebbe dovuta chiamare “Contagiati”, ma il nome sarebbe stato decisamente meno invitante. L’adesione a questo sistema, di utilità piuttosto incerta, sarà volontaria, senza limitazioni di spostamento per i non partecipanti. Se la volontarietà diminuirà l’efficacia della misura, d’altra parte non eviterà comunque un tracciamento per esclusione dei “ribelli”. L’applicazione è stata realizzata da una società privata, Bending Spoons, e non è ancora chiaro da chi e come saranno gestiti i dati, sensibili, se in modo centralizzato o decentralizzato. Il server, ha assicurato Arcuri, dovrà essere “pubblico e italiano”. A fine pandemia, quindi non si sa esattamente quando, le informazioni raccolte verrebbero cancellate. I problemi relativi alla privacy sono evidenti, meno l’utilità effettiva di un simile dispositivo di controllo della popolazione. Come nel caso del “restiamo a casa”, del lockdown, delle autocertificazioni per uscire, dei controlli pervasivi sui cittadini, anche con la app assistiamo a una forte limitazione delle libertà costituzionali. Una limitazione che sembra avere lo scopo di controbilanciare l’inefficacia delle misure messe a disposizione dallo Stato per affrontare la pandemia. Il governo avrebbe dovuto garantire un efficiente controllo alle frontiere quando il virus era ancora confinato in Cina, avrebbe dovuto procurare in tempo utile le protezioni necessarie, mascherine in primis, e metterle a disposizione della cittadinanza, avrebbe dovuto potenziare la risposta del sistema sanitario, in termini di attrezzature e personale. Non è riuscito a farlo, ed ora siamo tutti chiusi a casa, schedati e monitorati per non essere trattati da untori, con le conseguenze, anche penali, che ciò comporterebbe. In un curioso, per non dire altro, capovolgimento, dai governanti al popolo, dei doveri, degli obblighi e delle responsabilità.