di Gian Luigi Ferretti
Responsabile Relazioni internazionali per l’Ugl

Il primo maggio è la festa dei lavoratori, ma cinquant’anni fa fu tutt’altro che un giorno di festa per un giovane lavoratore edile che moriva dopo 12 giorni di agonia. Era stato vittima non di un incidente sul luogo del lavoro, ma della criminale intolleranza per la scelta ideale che lo aveva portato ad essere un attivista del MSI e un sindacalista della CISNAL. Si chiamava Ugo Venturini, aveva 32 anni, sposato e padre di un bimbo di sei anni. Era un ragazzo buono e generoso, che lavorava sodo per tirare avanti una famiglia modesta, come tante, in cui per arrivare a fine mese si tira la cinghia, dove niente è facile e non ci si possono concedere lussi. Pieno di energia, oltre all’attivismo politico e all’attività sindacale, trovava anche il tempo di fare il volontario per la Croce Rossa occupandosi del primo soccorso sulle ambulanze. Quel sabato 18 aprile del 1970 toccò a lui, avrebbe potuto toccare a me, anch’io giovane papà di una bimba di quattro mesi. Ero al suo fianco in Piazza della Vittoria a Genova quando crollò a terra colpito alla testa da una bottiglia piena. Il destino che a lui tolse la vita, a me ha regalato mezzo secolo di vita (finora). Era una bella giornata di primavera quando partii in auto da Imperia, per strada vidi le scritte “Fascisti morirete. Almirante, non uscirai vivo da Genova”, ma non mi preoccupai. O meglio, non mi preoccupai più di tanto perché ci si abitua a tutto e ormai gli assalti ai comizi di Almirante erano la norma. La liturgia era sempre la stessa: Almirante saliva sul palco al suono dell’Inno a Roma, la folla lo applaudiva mentre gruppi di estremisti di sinistra gridavano minacce ed insulti. Qualche volta ci scappavano scontri con dei feriti. Ma morti no, non ce n’erano mai stati. Però quel maledetto giorno successe qualcosa di insolito. Mezz’ora dopo che Almirante aveva cominciato a parlare, i militanti di Lotta Continua che, da dietro il palco, urlavano e sventolavano cartelli e bandiere rosse, vennero raggiunti da un nutrito gruppo di “camalli”, i portuali, gli scaricatori, considerati da sempre il braccio armato del PCI genovese. E, chissà se per caso o per un preciso disegno, ci fu il primo morto degli anni di piombo e l’inizio della strategia degli opposti estremisti. Ma, come spesso succede nella storia, i contemporanei non se ne resero conto. Conservo ancora le pagina 13 de La Stampa del 2 maggio 1970 con il trafiletto dal titolo “E’ morto a Genova il neofascista colpito da una bottiglietta”. Vale la pena di leggere attentamente il testo: “E’ morto questa notte l’attivista del msi Ugo Venturini, di 33 anni, colpito da una bottigliata in testa nei tafferugli fra appartenenti a movimenti di estrema sinistra e di estrema destra, accaduti il 18 aprile, durante il comizio in piazza Verdi del segretario del msi on. Almirante. Il Venturini era ricoverato nell’ospedale S. Martino di Genova.” Insomma la vicenda venne derubricata a tafferugli fra appartenenti a movimenti di estrema sinistra e di estrema destra durante un comizio del segretario del msi (sic, in minuscolo). Una sottovalutazione, una scrollata di spalle dell’opinione pubblica e indagini fatte, se fatte, pigramente tanto per chiudere il fascicolo lanciarono in pratica un messaggio devastante di impunità ai violenti di estrema sinistra, proprio in quel momento che le istituzioni sarebbero dovute stare a sentire la destra e la Cisnal, che già da un paio d’anni mettevano in guardia su quanto stesse accadendo nelle fabbriche e nelle università: un movimento terrorista feroce si stava formando, e se la magistratura e la politica anziché andare dietro al “pericolo fascista” avesse ascoltato, l’Italia si sarebbe risparmiata venti anni di sangue, di stragi, di attentati, di ferimenti, di violenze inaudite. A Genova all’assassinio di Ugo Venturini seguirono un anno dopo l’uccisione del portavalori Alessandro Floris durante un’azione di «autofinanziamento», il rapimento del giudice Sossi da parte delle Brigate Rosse nel 1974 e l’uccisione del procuratore generale Francesco Coco e dei suoi due uomini di scorta nel 1976. Fino ad arrivare all’esecuzione di Guido Rossa nel 1979, un altro operaio, un altro sindacalista, questa volta della CGIL. Chissà se qualcuno dei “camalli” che piansero al suo funerali si rese conto di quanto fosse stato sbagliato mettersi con quelli che avevano ucciso Ugo Venturini al grido di “uccidere un fascista non è reato” perché erano gli stessi che ora scrivevano sui muri “provocatori sono PCI e sindacato, che pieni di paura invocano lo Stato”. La violenza rossa, ormai inarrestabile, da Genova passò a Torino e anche nella capitale dell’industria automobilistica italiana i criminali partirono colpendo la CISNAL nel 1973. A gennaio la sede provinciale della Cisnal fu assalita da un commando delle Brigate Rosse, che e a febbraio rapirono Bruno Labate, sindacalista CISNAL dello stabilimento Fiat di Mirafiori. E poi, in tutta Italia, furono ben 86 le vittime, agenti di polizia e carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per «finanziare» l’organizzazione. In questi cinquant’anni ho pensato spesso a quella bella giornata di primavera quando il destino scelse di colpire Ugo Venturini e non me, che ero a mezzo metro di distanza quando cadde dicendo “che botta”. Curioso e in qualche modo simbolico che oggi mi trovi ad essere un esponente del suo sindacato, che oggi si chiama UGL.