Porti chiusi, almeno adesso salvaguardare l’Italia


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Alla fine l’hanno dovuto ammettere. Di Maio, la De Micheli, persino la ministra Lamorgese, addirittura il titolare della salute, Speranza, l’unico in quota Leu, hanno firmato il decreto. L’Italia non è più un porto sicuro. Anche se tardiva, alla fine la decisione è stata presa: chiudere i porti. Già prima della pandemia la nostra situazione economico-sociale era precaria, la nostra comunità provata, specie le fasce sociali più deboli. Un flusso migratorio eccessivo era evidentemente inopportuno per l’Italia, rispetto alle effettive possibilità di integrazione, senza nessuna concreta ripartizione internazionale delle persone aventi realmente diritto d’asilo, senza nessun freno nei confronti della gran massa dei migranti economici. Ma una visione ideologizzata, o interessata, della faccenda impediva a molti un giudizio obiettivo. Ora, con il Covid-19, con una pandemia ancora fortissima – nonostante i numeri in leggera discesa siamo il primo Paese al mondo per morti da coronavirus – con il sistema sanitario allo stremo, con il lockdown imposto agli italiani, relegati a casa, molti dei quali senza più entrate economiche e ancora in attesa che il governo passi dalle parole ai fatti in tema di aiuti, mantenere il consueto flusso di sbarchi sarebbe stato folle. L’Italia prima era in difficoltà, ora è esausta. E alla fine, anche senza avere Salvini al governo, è stata presa una decisione di semplice buonsenso, che gli italiani attendevano. Del resto, come si può considerare porto sicuro un Paese nel quale tutte le scuole sono chiuse, quasi tutte le attività economiche bloccate, i diritti fondamentali, come quello alla libera circolazione delle persone, sospesi? Nel quale lo Stato non riesce ancora a garantire i dispositivi di protezione personale non solo ai cittadini, ma neanche ai lavoratori, sanitari e non solo, che operano per garantire i servizi essenziali? Come si potevano destinare all’accoglienza le già insufficienti risorse o parte del personale della sanità e della sicurezza, ora indispensabile per fronteggiare il Covid-19? Molti altri Paesi, che non sono nelle nostre condizioni sanitarie ed economiche, potranno in questa fase così difficile per l’Italia, finalmente assumersi le responsabilità che finora hanno sempre schivato. Forse di fronte alla prova del virus, non solo l’Ue, ma tutta la comunità internazionale sarà costretta a prendere dei provvedimenti da un lato per garantire la giusta protezione a chi fugge dalle guerre, senza sovraccaricare gli Stati dell’Europa mediterranea, dall’altro per contrastare il traffico di esseri umani, sgominando la vasta rete di approfittatori che lucra sull’immigrazione illegale per motivi economici. Forse ora si troverà un modo, ne esistono diversi e anche piuttosto semplici, per far sì che le persone soccorse dalle Ong tedesche e olandesi approdino sul territorio di appartenenza e non scarichino le responsabilità solo sul nostro Paese. Forse. Già c’è la levata di scudi dei soliti faziosi, che come sempre chiedono all’Italia e solo all’Italia uno sforzo al di sopra delle sue possibilità, perfino ora. Speriamo, ma abbiamo seri dubbi al riguardo, che il governo non preveda, con qualche artificio, di aggirare le regole che ha emanato e che non sia, anche questa, l’ennesima operazione di facciata.