di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Dalla maggioranza è partito compatto un duro attacco nei confronti delle regioni, coadiuvato dal solito coro giornalistico mainstream. Al governo non possono imputarsi sbagli, pena passare per “sciacalli”. Con le regioni, invece, si può essere spietati, specie con la Lombardia, messa a durissima prova dall’essere focolaio italiano dell’epidemia. Con un doppiopesismo già fastidioso in tempi normali, ma ora francamente inaccettabile. Intendiamoci, il primo pensiero è garantire alla cittadinanza un sistema efficiente, sanitario, amministrativo e politico. Se ci sono state incertezze, se sono stati commessi degli errori, e senz’altro ci sono stati, sia a livello nazionale che locale, che se ne parli, che si individuino eventuali responsabilità e soprattutto che si eviti di ripeterli. Occorre essere comprensivi, tutti sono stati colti di sorpresa dalla virulenza e dalla contagiosità del Covid-19, ma bisogna anche essere rigorosi verso chi, avendo responsabilità altissime, ha tenuto atteggiamenti rivelatisi controproducenti. Però bisogna usare con tutti lo stesso metro di giudizio. Invece, mentre si punta il dito verso qualcuno, ad altri si perdona tutto. Ricordiamo bene invece chi, al governo, minimizzava dicendo “è una semplice influenza”, “il vero virus è la paura e il razzismo”, chi sosteneva che quarantene e mascherine non servissero a nulla, chi non voleva chiudere le scuole e le attività economiche, chi non voleva istituire le “zone rosse”. Quando finalmente supereremo questo momento, sarà necessaria una seria riflessione e forse anche qualche resa dei conti. Ma ora l’accerchiamento verso le istituzioni regionali sembra nient’altro che un’operazione politica di bassissimo livello. Le regioni, lo ricordiamo tutti, previste sin dall’inizio dalla Costituzione, furono rese pienamente operative solo negli anni ’70, in piena guerra fredda, per fornire un contrappeso politico ad un’opposizione, quella comunista, impossibilitata, a causa del voto popolare e degli equilibri politici internazionali, ad andare al governo. L’attribuzione di maggiori poteri alle regioni, la riforma del titolo V della Costituzione stessa, venne effettuata nel 2001, in un momento storico in cui c’era una forte spinta verso la decentralizzazione, da un Governo di sinistra, quello di Amato e Bassanini. Se tutto può e deve essere messo in discussione in una società democratica, il tempismo con il quale la sinistra ora sta spingendo nella direzione di una ri-centralizzazione delle competenze è tuttavia sospetto. Perché coincide perfettamente con l’avanzare della destra alla guida delle regioni italiane. In un Paese in cui quasi tutte le massime cariche istituzionali sono appannaggio di un solo partito, il Pd, che rappresenta più o meno il 20% degli elettori, togliere potere alle regioni significherebbe silenziare di fatto l’opposizione, nonostante sia maggioritaria fra i cittadini. Non si usi la pandemia per ottenere un vantaggio politico, questa sì che sarebbe davvero un’inaccettabile operazione di sciacallaggio.