di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Un ragazzo di 34 anni, che lavorava in un call-center a Roma. Una donna di 48, commessa in un supermercato di Brescia. Entrambi, gli accertamenti sono in corso, sarebbero morti a causa del Covid-19. Queste due storie sono emblematiche e ci aiutano a comprendere l’importanza della sicurezza sul lavoro anche e soprattutto ora, in piena emergenza Coronavirus. Il governo ha deciso, fra l’altro di nuovo in modo piuttosto maldestro, una nuova stretta sulle attività da lasciare aperte. Non mancano le polemiche sul fatto che alcuni settori si potessero escludere per garantire maggiore sicurezza e che si potesse gestire senz’altro meglio l’apparato comunicativo di Palazzo Chigi. Sappiamo bene però che, anche stringendo al massimo le maglie, alcuni settori non possono essere chiusi. In prima linea ci sono medici, infermieri e tutto il personale del servizio sanitario. I veri eroi dei nostri giorni. Già si contano a decine i medici che hanno perso la vita per combattere il virus. Accanto a loro ci sono poi gli altri lavoratori, quelli che garantiscono la produzione e l’approvvigionamento di generi alimentari, medicine, apparecchiature mediche e altri beni essenziali, quelli che ci consentono di portare avanti le transazioni economiche, il trasporto pubblico e privato, i servizi di base, la pulizia delle strade, le forze dell’ordine, gli operatori della protezione civile, i lavoratori della comunicazione, per non parlare, poi, del mantenimento delle forniture di energia ed altro ancora. Ci sono quindi ancora oggi migliaia di persone che sono costrette a lavorare, nonostante la paura di contrarre il virus e di trasmetterlo ai propri familiari, in questi giorni in cui molti altri concittadini devono e soprattutto possono stare a casa. Grazie a loro, gli altri possono mantenere degli standard di vita pressoché normali, nonostante le ristrettezze della quarantena. È giusto che sia così, ma ora più che mai per queste persone deve valere il motto “lavorare per vivere”. Il loro lavoro deve essere svolto solo se non se ne può effettivamente fare a meno e in tal caso devono essere garantite loro tutte le protezioni necessarie, tamponi compresi. Non si tratta di un caso sacrosanto di giustizia sociale, di rispetto del diritto alla salute, di applicazione delle norme sulla salute e sicurezza sul lavoro. Si tratta delle condizioni minime necessarie per bloccare, una volta per tutte, l’epidemia. Se delle persone continuano a lavorare a contatto col pubblico o in luoghi affollati, come le fabbriche, non garantire loro la sicurezza significa permettere al virus di continuare a diffondersi e quindi causare nuove vittime, non riuscendo a spezzare quel circolo vizioso che attanaglia il nostro Paese dal punto di vista sanitario, ma anche economico e sociale. Serve la massima responsabilità e oggi più che mai bisogna fare in modo che si lavori per vivere, tutti.