Gli alibi della “guerra”


Coronavirus: il premier Conte “balla da solo” e continua a sbagliare; inarrestabile la pioggia di decreti in ritardo che moltiplicano la confusione

La “guerra”, così come preferiscono definirla sempre più molti rappresentanti del Governo, al coronavirus non può giustificare tutto. A cosa è servito, allora, il lungo elenco di decreti emanati dal Governo Conte se non sono riusciti a dare chiarezza e neanche a recuperare il grave ritardo dimostrato fin dall’inizio nel prendere atto della gravità della situazione? Dichiarare guerra e non avere armi adeguate può rivelarsi con il tempo pericoloso, anche da un punto di vista del consenso. Così come ridimensionare via via il ruolo del Parlamento, l’aver sostenuto fin dall’inizio che le mascherine non servono a tutti, ma solo ai malati, e invece scoprire poi che le mascherine sono un presidio fondamentale per proteggere e proteggersi, salvo non essere disponibili per tutti, neanche per gli operatori sanitari, tra i quali, magari non a caso, il numero dei contagiati è in aumento e purtroppo anche quello dei decessi. Il senso delle conferenze stampa in solitaria del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, senza un adeguato contradditorio con la stampa, che magari servirebbe anche a spiegare meglio le confuse linee guida del Governo, inizia ad essere interpretato male persino dalla “stampa amica”. Così anche l’ultima conferenza stampa, preceduta dalle solite “sapienti” indiscrezioni, organizzata a sorpresa, su un social e di notte, quando cioè gli italiani, costretti a stare chiusi in casa e quindi sotto forte stress, avrebbero avuto bisogno di stemperare la tensione accumulata durante la giornata, fa molto “Radio Londra” ovvero ha il sapore di una propaganda da “stato di guerra”, di cui però un presidente del Consiglio non dovrebbe sentire il bisogno. Oltretutto non è efficace e quindi è controproducente per l’equilibrio psicologico e sociale, nonché economico, della nazione. Senza dimenticare che anche le videoconferenze già svolte con solo alcune delle tante associazioni sindacali e datoriali, e concluse con un roboante “patto per la sicurezza”, dopo appena una settimana sono state già destituite di contenuto e di significato dall’ultimo decreto poiché le attività economiche considerate essenziali sono state unilateralmente ampliate, scatenando dissenso, scioperi e incertezza.