di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl
Welfare, conoscenza, produzione e lavoro. Lo stiamo verificando in questi drammatici giorni, questi sono gli elementi essenziali su cui si regge la nostra comunità, quelli senza i quali tutto si ferma. Il Welfare, un sistema di protezione sociale solido, ora nell’occhio del ciclone c’è la sanità, ma occorre oltre a questo un intero impianto di servizi, che riesca a garantire su tutto il territorio nazionale degli standard di vita soddisfacenti per tutti i cittadini italiani, che possa proteggerli in caso di bisogno. Fra questi il sistema di istruzione, che formi di tecnici qualificati, medici, ricercatori scientifici, ma anche professionisti di alti settori indispensabili, un sistema allo stesso tempo aperto a tutti, ma anche meritocratico, che sostenga i migliori, perché è a loro che ci rivolgiamo in caso di necessità, quando abbiamo bisogno di risposte chiare e azioni efficienti. Un sistema produttivo che sia in grado di soddisfare le nostre esigenze più importanti: adesso sono mascherine e respiratori, domani potrebbero essere, ad esempio, l’energia o l’acciaio. Viviamo in un mondo instabile, non solo dal punto di vista sanitario come abbiamo ben compreso con questa pandemia di coronavirus, ma anche da quello politico e sociale, e dovremmo essere pronti, se non a superare senza impacci, almeno ad affrontare con una minima tranquillità anche i momenti più difficili. La divisione delle produzioni tipica della globalizzazione – da un lato il manifatturiero delocalizzato nei Paesi emergenti, dall’altro il vecchio occidente terziarizzato – non funziona. Lo abbiamo già visto nelle conseguenze occupazionali e sociali che ciò ha determinato sulle classi lavoratrici europee e occidentali, sempre più precarizzate e sotto occupate. Ora lo comprendiamo ancor meglio, impotenti di fronte all’assenza di merci che il nostro sistema avrebbe potuto e dovuto produrre da solo e che ora invece stiamo cercando con grandi difficoltà di comprare all’estero. Infine il lavoro, quello dei medici e degli infermieri, quello dei servizi pubblici essenziali, quello delle forze dell’ordine, quello delle fabbriche ancora in attività, quello della distribuzione e del commercio, supermercati e negozi di generi alimentari, farmacie e gli altri, rimasti aperti perché troppo importanti per poter chiudere. Se, come abbiamo ormai capito in modo chiarissimo, è di loro che abbiamo bisogno per mandare avanti il Paese, e alcuni stanno pagando contagiandosi – sanitari, ma anche impiegati delle poste, commessi, fattorini – non dovrebbe essere più socialmente accettabile nel futuro, se avremo imparato qualcosa da questo periodo difficile, ripagarli con stipendi troppo bassi, condizioni di lavoro insoddisfacenti, mancanza dei mezzi necessari a svolgere in sicurezza la propria professione. Che si esca dalla retorica, che si impari qualcosa da questa dura lezione e si comprenda quali sono i fondamentali e da questi si riparta, dando loro il valore che meritano: welfare, conoscenza, produzione e lavoro.